Guerra di Pace. (Una storia vera)

giovedì 16 dicembre 2010


Una mattina come tante, la Guerra si svegliò nel suo lettino caldo e comodo.
Aprì le persiane riempendosi i polmoni di una buona boccata d'aria fresca. Inspirò profondamente dal naso: l'odore del Napalm di mattina era un toccasana. Fuori, il sole spaccava le pietre e i carri armati spaccavano teste.
Il vento creava curiose melodie sibilando tra le trincee deserte, seguendo l'allegro ed incalzante ritmo delle mitragliette e accompagnato dal dolce fischio dei siluri aerei. L'originale arrangiamento musicale proposto quella mattina prevedeva anche cori di voci bianche, che spiccavano armonicamente in grida e pianti.
Che splendida giornata.
Guerra si lasciò scappare un sorriso e oziosamente
chiuse le finestre, poi stiracchiandosi bene aprì l'armadio.
Davanti a lei c'era la solita sfilza di vestiti, tutti scuri.
C'era l'abito da militare, l'abito da somozzatore, l'abito da generale, l'abito da funerale e l'abito da politico, che era il suo preferito. Schiacciati a lato c'erano quelli più vecchi: la corazza greca, quella romana e quella medievale, ma era roba che non andava più di moda, tutta impolverata -non certo di polvere da sparo, che ai tempi non esisteva.
Guerra fu tentata di indossare come tutti i giorni lavorativi il vestito da politico, che va sempre di moda, ma mentre la sua mano esitava sulla gruccia vide nell'angolino dell'armadio un capo mai indossato prima.
La veste brillava di colori vitrei e lucenti, un vero pugno in un occhio tra tutto quel nero e verdastro, ma si dava il caso che lei adorasse i pugni negli occhi.
Era di colore giallo come l'oro, verde come gli elmetti militari, marrone come la terra secca di trincea, bianco come le garze mediche e rosso come il sangue che le impregnava.
Una vera bellezza.
Ricordava anche il giorno in cui l'aveva ottenuto: tolto di dosso alla Pace, mentre spogliava e depredava il suo corpo prima della cremazione. Il bottino in realtà era stato magro: quel vestito era l'unica cosa che fosse riuscita ad ottenere, perchè si sa, la Pace era sempre stata povera e disinteressata a tutte quelle che invece erano da sempre le sue passioni -almeno in questo non avevano mai litigato. Solo l'uomo le interessava, e se l'erano sempre conteso, fino alla morte. La sua morte.
Quei colori così ricchi, mimetici, secchi e cruenti erano l'unica cosa che restasse davvero di Pace. Alcuni folli sostenevano che le sue polveri fossero state poi sparse ai quattro venti, e che presto lei sarebbe tornata. Che vivesse ancora tra tutti loro, a suo modo. In realtà i suoi resti erano stati mescolati alla polvere da sparo e loro non lo sapevano, ma sembravano tanto affezionati a Pace che Guerra era stata ben contenta di permettere che la raggiungessero sul fondo dei cannoni.
E poi dicevano non fosse gentile.

Il ricordo del corpo in fiamme di Pace le strappò un secondo sorriso, più ampio. Chiuse gli occhi mentre stringeva tra le mani l'abito colorato, e sentì quasi il gustoso fumo dei forni crematori insinuarsi tra le sue narici.
Sì, era il vestito adatto per uno splendido Lunedì come quello, il primo giorno di una settimana lavorativa che non sarebbe finita veramente mai.
La Guerra si vestì di Pace, si lisciò l'abito lungo il corpo e uscì ad affrontare un'altra splendida giornata di fatiche e soddisfazioni.


Che bella la vita.
Che bella la morte.





-Nicolò Di Bernardo-

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Bravissimo!

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L'educazione è d'obbligo, l'allegria la benvenuta


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