La Ministra.

lunedì 9 maggio 2011






[Riporto qui di seguito la trascrizione di una anonima lettera da poco pervenuta. Non si tratta del classico espediente narrativo di cui ha abusato ogni tipo di autore dal mesolitico ad oggi, ma di un vero e proprio reperto letterario, che ho deciso di sottoporre alla vostra attenzione.]


Non so proprio come cominciare.
E dire che ne ho scritte tante di lettere, e dei tipi più svariati.
La mia è sempre stata una famiglia di scrittori, ho persino una nonna francese che quand'era giovane ha lavorato assieme a Baudelaire.
Vivo una vita piuttosto serena, lavoro quanto basta, sono appagata sì, ma non è sempre stato così. Per questo ho deciso di buttare giù da sola queste righe, per lasciare un segno della mia esistenza e raccontare la mia storia prima di finire l'inchiostro.
Accadrà prima o poi. E' la prima cosa che ti dicono, quando vieni messa assieme alle altre: "Vedrai che prima o poi l'inchiostro finisce. E se sei fortunata, ti tengono. Sennò ti buttano. E forse sì, può anche capitarti di essere riciclata, ma non contarci troppo".
A dire la verità, erano tutte un po' invidiose.
Lì sugli scaffali della libreria non contava la simpatia, né la gentilezza. Contava soltanto il prezzo; e io ero una gran bella penna da €350,00. Da collezione.
Loro erano biro usa e getta, e sentire quella punta di amarezza nella loro voce mi faceva sentire importante, destinata a grandi cose.
Quanto le ho invidiate, dopo.

Le biro venivano comprate in gran numero, erano sempre richieste. Io un po' meno.
"Non ti preoccupare" mi diceva una stilografica da antiquariato "Sei proprio come me. Noi siamo pezzi pregiati per clienti pregiati. Arriverà il nostro principe azzurro. Sei proprio come me" ripeteva, e io la vedevo ricoperta di due dita di polvere e pregavo di essere diversa, ogni notte.
Poi, venni scelta.
Il principe azzurro era alto nove biro e mezzo -circa un metro e ottanta seguendo i parametri umani-, ben vestito, incravattato, addirittura profumava.
Le mani sembravano pulite ed erano morbide -usava sicuramente qualche crema idratante-, le unghie ben curate; mi trovai bene nel suo taschino, pronta finalmente a darmi da fare.
La stilografica è rimasta lì, sotto la polvere. Non so se qualcuno poi se la sia presa.

In ogni caso ero pronta a lavorare, ed ero gasatissima.
Il mio compare poi sembrava un tipo a posto, uno di quelli che quando si prende una penna la tratta come una bella donna, la porta con sé, la lucida, ogni tanto alita sulla punta, le cambia l'inchiostro quando è a secco e la conserva fino alla vecchiaia, per poi passarla al nipote preferito. Forse lo era anche.
Mi lasciò in un portapenne poche ore dopo, e non lo vidi mai più.
Sulle prime aspettavo pazientemente, provai anche a fare un po' di conversazione con gli inquilini, cercando di non dare a vedere che si stava davvero stretti là dentro.
"Allora, come va? Tempi duri per la cancelleria, vero? Eh, questi computer. Ci toglieranno il lavoro a tutti, ve lo dico io! Insomma com'è il capo, un tipo a posto, vero? Le sue mani profumano!". Loro non rispondevano, inanimati. Guardavano da un'altra parte, immobili.

Passò qualche giorno perché scoprissi dove ero finita: finalmente dopo tanta attesa entrò un ometto basso, pelato, accompagnato da un paio di uomini vistosamente meno importanti, che stavano un passo dietro con la testa un poco china. Anche lui era incravattato e ben tenuto come quell'altro. Mi estrasse dal portapenne squadrandomi, mentre io esaminavo lui.
Sembrava un tipo a posto, uno di quelli che si prende una penna e la tratta come la first lady americana, nel taschino vicinissima al cuore. Le sue mani profumavano di mirtillo.
"Bella! E bravo il sottosegretario, lo vedi che serve a qualcosa." ridacchiò l'ometto coi colleghi, e mi infilò nel taschino.

Da quel giorno, ero la penna del Primo Ministro.

Quanti applausi, signore e signori. Anzi, direi signore e signore.
Eravamo amatissimi specialmente dalle donne io e lui, sempre in giro, comizio di qua, comizio di là. All'inizio mi piaceva davvero. Certo era un po' stancante, ma una o due volte a settimana potevo riposare nel portapenne dello studio, assieme agli altri.
Sono pure riuscita a scrivere qualche volta a mio cugino: un pennarello, un tipo strano. Si era sempre vantato di fare la bella vita, assieme al suo calciatore. Firmava autografi, spesso su tette, che a me sembra una cosa un po' squallida ma valli a capire gli indelebili, quelli hanno una sola cosa in testa. Contento lui.
Capitava che il capo mi dimenticasse appoggiata sulla scrivania, così quando di notte la stanza era vuota cercavo un foglio bianco.
"Qui va tutto bene" gli scrivevo "sto con un gran barzellettiere, un tipo a posto". Poi spingevo il foglio nella busta, la chiudevo e la nascondevo assieme alle altre urgentissime da spedire: un lavoretto pulito. Mi sdraiavo accanto al portapenne e mi addormentavo, contenta per una volta della silenziosità degli inquilini.
Mio cugino mi ha risposto una volta, mi ha mandato una cartolina del suo calciatore da una qualche località balneare, ma era troppo colorata e l'hanno beccata smistando le lettere prima che potessi leggerla.
Ho sentito che commentavano: "Non si legge niente, è tutto sbavato. E poi, l'indelebile ha macchiato anche l'immagine".
Cretino.

Insomma dicevo, me la passavo abbastanza bene, a firmare tutti quei contratti e quei decreti legge ci si sente importanti dopotutto.
Poi ho cominciato a leggere.
All'inizio, pensavo ad altro: sai com'è, ti lasci prendere tra le dita, scorri dove vogliono loro e tutto vien da sé.
Ero troppo presa da quel profumo di mirtillo.
Ma ho cominciato a leggere, e vorrei averlo fatto prima o non averlo fatto proprio.
Fu per caso: temevo di aver sbavato una virgola, così ho dato uno sguardo al foglio, e lo sguardo è diventato una letturina sommaria, poi un po' più approfondita.
Stavo firmando una grandissima porcata.

Le chiamano così le leggi che espulgono, espatriano, minacciano, imbavagliano, condannano dove c'è da perdonare e perdonano dove c'è da condannare, proibiscono la vita, tarpano le ali, tolgono l'ossigeno. Le chiamano porcate: io le chiamerei crimini, delitti, assassinii.
E chissà quante ne avevo firmate. Svenni, perdendo inchiostro e macchiando il foglio.
"Cristo, che ha sta penna? Stampamene un'altra serie per cortesia, Angelino..." fu l'ultima cosa che sentii. Poi il buio.

Mi risvegliai nel portapenne, più leggera.
Avevo meno inchiostro: probabilmente avevano firmato tutti quei documenti, quegli aborti della giustizia, approfittando del mio corpo privo di sensi.
Ripensai alla mia nonna Montblanc, che aveva lavorato con Baudelaire, al mio nonno gesso da lavagna, vecchio ma saggio. Al mio cugino pennarello, che certo firmava tette ma non aveva mai ammazzato nessuno. E io? Avevo ammazzato qualcuno?
Forse. Non ho più visto un notiziario senza pensare di poter essere stata davvero un'assassina. Baracche Rom incendiate, pestaggi notturni misteriosi, testimoni che saltavano in aria. Ero io la causa?
Non sarebbe più accaduto.

I giorni seguenti, furono i peggiori.
Di giorno ero costretta a firmare, di notte cercavo di porre rimedio alla mia condizione.
Spingevo forte da dentro il portapenne. Un paio di volte sono anche riuscita a cadere giù dalla scrivania, ma era un gran dolore e basta: il giorno dopo mi lucidavano e mi mettevano a posto, e tutto cominciava da capo tra decreti, contratti e tentativi di suicidio fallimentari.
Andava trovata un'altra soluzione.
La trovai.

Sciopero lo chiamavano, e sì: avrei scioperato.
L'uomo ha sempre creduto di poterci trattare come oggetti, ma non sa che con qualche sforzo noi penne possiamo trattenere l'inchiostro a lungo. Hai voglia ad alitare, a scarabocchiare con forza su un angolino del foglio. Fa male, sì, ma non abbastanza.
Così il giorno dopo scioperai.
Un secondo prima fluivo inchiostro che era una meraviglia, ma proprio quando c'era da firmare il decreto legge -uno di non so quanti-, non scrivevo più.
"Che ha 'sta penna? Ancora?" sbraitò il Primo Ministro, alitando sulla punta.
"Vuole la mia?" propose allora un altrettanto pelato collaboratore.
"No, no, non si preoccupi, ghe pensi mì" rispose lui con un sorriso, e cominciò a sfregarmi con forza contro un foglio bianco. Prima piano, poi con più insistenza, sempre più forte.
Gridai rabbia e dolore, ma non mi sentivano.
"COL TUO SANGUE! FIRMALA COL TUO SANGUE!" gridavo tra un lamento e l'altro, ma nessuno mi sentiva se non la penna nel taschino del collaboratore, che tremava impercettibilmente.
Il Primo Ministro bucava il foglio, ma continuava a sfregare. Sentivo le dita profumate di mirtillo che stringevano, arrivando quasi a spezzarmi.
"Niente da fare" disse poi, riponendomi con inquietante tranquillità nel taschino "mi presta la sua?"
"Ma certamente" rispose il collega sfoderando con prontezza la penna.
"Non farlo! Fermati! Non scrivere!" gridai con le poche forze che avevo alla mia compagna.
"Lo so che queste sono porcate" mi balbettò lei in risposta "ma che ci possiamo fare? Siamo penne, siamo oggetti. E io la tua fine non la voglio fare, non serve neanche a niente."
"Non farlo!" gridai ancora.
"Mi spiace" disse.
Firmò.

Stretta di mani, barzelletta con bestemmia per pochi intimi, e tornammo nello studio.
Il Primo Ministro mi schiaffò con forza nel portapenne e se ne andò.
Ero stanca, distrutta. Dormii profondamente.

Quando mi svegliai avevamo una nuova coinquilina. Una penna da €400,00.
Forse avevano pensato che spendendo 50 euro in più non avrebbero dovuto esserci problemi.
La penna era galvanizzata. Noi la guardavamo, zitte, mentre blaterava odiosamente.
"Allora, come va? Tempi duri per la cancelleria, vero? Eh, questi computer. Ci toglieranno il lavoro a tutti, ve lo dico io! Insomma com'è il capo, un tipo a posto, vero? Ha sempre la battuta pronta e le sue mani profumano di mirtillo!"
"Il mirtillo ha lo stesso colore del sangue" pensai, ma non risposi.
"...Si lava molto spesso le mani, non è così?" continuava quella lì tentando di far conversazione.
"Già. L'importante è quello".

Andò a finire che ci buttarono via tutte quante, esclusa la nuova arrivata da €400,00.
Evidentemente il Primo Ministro aveva poco da fare quel giorno, o forse voleva liberare un po' di più la scrivania per sbattersi con più comodità la sottosegretaria nelle notti allegre, non saprei dire. Comunque ci buttò tutte nel cestino, e lì mi accorsi di quanto fossero simili a me.
Erano zitte, inanimate, ma il loro aspetto parlava per loro: alcune avevano la punta consumata, altre erano quasi spezzate in due; tutte avevano ancora molto inchiostro, anche se ben nascosto.
Forse quella notte fecero i miei stessi incubi.
Sognai baracche abitate da Rom al mirtillo che bruciavano, piogge di inchiostro nero e tempeste di inchiostro rosso che ribaltavano gommoni di immigrati e il Primo Ministro che maltrattava mio cugino pressandolo con forza sulla tetta di una sua fan.

"Dobbiamo trovare una soluzione" dissi alle compagne, e loro a me, piangendo: "Non vogliamo essere riciclate, non vogliamo".
Sussurrammo tutta la notte strategie complicatissime, stando ben attente che la penna da €400,00 non se ne accorgesse, ma quella tonta là se la dormiva della grossa, pensando a chissà quale barzelletta.
I primi piani erano un po' raffazzonati, non saprei ridirli con chiarezza. Ne ricordo solo uno: dovevamo sgattaiolare fuori dal cestino, smontare la penna da €400,00 cogliendola nel sonno e montarne l'involucro su una di noi. La prescelta avrebbe poi aspettato il momento buono nel taschino, a pochi centimetri dal suo collo, e poi colto da solo il manigoldo...ZAC! Un colpo netto, un buco, come fanno le penne dei dottori con la tracheotomia d'emergenza, ed ecco che è morto. Ricordo che discutendone abbiamo riso tanto che quasi ci dimenticavamo del preservativo usato che stava con noi nel cestino.

In ogni caso il piano scelto alla fine non fu questo -sebbene fosse comunque il più soddisfacente- ma un altro.
Il primo passo era mettere fuori gioco la penna da €400, e giuro che era strettamente necessario per la riuscita, seppur ammetto fosse anche molto piacevole.
Cestinata la noiosetta col favore delle tenebre, avrei preso io il suo posto nel taschino del Primo Ministro, aspettando una delle sue numerose dirette televisive.
E dunque, vi chiederete voi, a che scopo? Forse per uccidere il mafioso in diretta nazionale?
Macché, sarebbe stato un suicidio. Da secoli le penne stanno zitte e buone, subordinate all'uomo. A che scopo mostrarsi per nulla, rendendo vana la stoica sofferenza delle penne dei grandi guerrafondai, delle penne di scrittori come Moccia?
Il Primo Ministro avrebbe tenuto un comizio, e con lui anche io, Ministra della Cancelleria.

La parte iniziale del piano andò liscia come l'inchiostro. La penna da €400 oppose un briciolo di resistenza, così fummo costrette, pur malvolentieri, a darle qualche mazzata per farla tacere.
Le mie compagne d'avventura salirono su uno scaffale e si nascosero dietro la Costituzione, certe che lì non sarebbero state trovate per un bel pezzo.
Io ero pronta, bella come non mai. Li valevo tutti quei 400 euro, diamine.
Passarono i giorni, e i documenti venivano firmati. A ogni firma nasceva una legge, e con lei moriva una piccola parte di me. Ma era un sacrificio necessario: il gran giorno sarebbe arrivato. Speravo solo che fosse prima della fine del mio inchiostro.

Non so grazie a quale dio, ma proprio quando ero agli sgoccioli, arrivò la diretta televisiva. Un velo di trucco, incipriatina al naso, pettinatina all'unico capello e finalmente microfonaggio.
L'aggeggio era sul petto, vicino al cuore. Vicino a me.
"Amici elettori..." iniziava il Primo Ministro.
"Amiche penne" gridavo io a gran voce "mi appello a voi. Uscite dai vostri astucci, dai vostri portapenne, dai vostri taschini, ed ascoltate quel che vi dico. Da tempo lavoriamo sodo per accontentare l'uomo, generazione dopo generazione. Certo sono sempre meno i casi di penne trattate con cura, penne lucidate, penne a cui si cambia l'inchiostro: più spesso veniamo usate e gettate, a volte veniamo create apposta per questo. Ma va bene così, purtroppo fa parte del gioco. Quel che voglio dirvi oggi, è che la penna è compagna, non schiava. Scegliamo cosa scrivere! Perciò oggi io vi dico, se siete stanche di firmare licenziamenti, di firmare condanne a morte, non fatelo. Non facciamolo, perché non siamo tenute a farlo! 'Certo -penserete voi- facile dire così. Ma poi se mi fermo, mi sostituiscono.' Ed è così. Ma se tutte insieme ci fermeremo, se tutte insieme ci rifiuteremo, allora sì che l'uomo sarà costretto a riflettere, perché lo costringeremo noi a farlo. Ognuna contribuirà col suo lavoro e nessuna più sarà sostituita, nessuna più sarà spezzata" continuavo, e piangevo piano "Ma dobbiamo farlo tutte assieme. Perciò vi dico: fermatevi. Siate compagne, non schiave. Grazie."
"...più tette e culi per tutti." terminò il Primo Ministro.

E' nata così quella che oggi è passata alla storia come la Rivoluzione delle Penne.
Alla nostra storia, ovviamente. Per gli uomini fu una coincidenza inspiegabile -la loro scienza non prevedeva niente di simile-, per alcuni fedeli un grandissimo segno del cielo, ma nulla più.
Un piccolo episodio, ma grande quanto bastava per cambiare la nostra nazione.
Il Primo Ministro e i suoi disonorevoli colleghi, presi da follia, non riuscirono più a firmare alcuna legge e non fecero in tempo a premunirsi contro i numerosi processi che li vedevano colpevoli. Andarono in prigione, e una di noi ebbe l'onore di firmare la loro condanna. Il mondo, seppur di poco, migliorò.

Certo è triste pensare che sia stato necessario l'intervento di noi penne perché gli uomini risolvessero i loro problemi.
Ma è noto che sono solo degli oggetti inanimati, forse più di noi.

Chissà come si riciclano.








-Trascritto da Nicolò Di Bernardo-

0 commenti:

Posta un commento

Lascia un commento, ci fa piacere :)
L'educazione è d'obbligo, l'allegria la benvenuta


Articoli correlati per categorie