Lo Sgabuzzino.

lunedì 2 maggio 2011





Secondo le statistiche degli esperti, un razzo vettore non ha un'affidabilità del 100%, ma solo del 96%, cioè una probabilità di malfunzionamento ogni 25 lanci.
Gli esperti non erano mai contati molto a Valmonnezza, e neanche le loro statistiche.
Erano imperfette, sconsiderate, quasi mai corrispondenti al vero.
Il Meteo sosteneva che la valle sarebbe stata soleggiata e invece bassa pressione di qui, sbuffo di vento di là, pioveva a dirotto.
I Sondaggi davano De Onestis vincitore indiscusso delle elezioni e invece appalto promesso di qui, mazzetta passata di là, Gaglioffi era il nuovo Sindaco. Bastava poco a cambiare la realtà, e ancor meno a cambiare le statistiche -mazzetta di qui, foto ricatto di là-, e se necessario a cambiare gli esperti stessi.

Comincia così la storia di Valmonnezza, e così finisce.

Per i meno informati, Valmonnezza altro non era che la piccola località di un piccolo stato di un piccolo continente di quella piccola sfera -più blu che grigia, ma di poco- chiamata Terra.
Piccolo il paese, grande la quantità di rifiuti.
Ce n'erano di ogni tipo e varietà: sacchetti di plastica, scarpe usate, scatolette di tonno vuote, scatolette di tonno piene, vecchi cellulari, bebè indesiderati, gattini usa e getta, pannolini sporchi, scorie radioattive -quest'ultime meno pericolose dei pannolini.
La materia diveniva rapidamente scarto, quando c'era l'occasione di comprarne altra: e l'occasione non mancava mai.
Gli scienziati ammonivano: "Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma!"
Gli abitanti ribattevano: "Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si sotterra!", e muniti di vanga e ruspa cominciavano a dare degna sepoltura all'immondizia, mano sul cuore.

Passarono gli anni, i pannolini si ammonticchiarono uno sopra l'altro e Valmonnezza arrivò a diventare più un monte che una valle. Dall'alto delle loro scatolette di tonno vuote, gli abitanti del posto potevano osservare le meravigliose distese di cemento fin dove l'occhio si perdeva. Bella vista sì, ma poco gradita al turista, non si sa come: il bilancio economico era in netto calo, e per amor dell'economia che move il sole e l'altre stelle, le cose dovevano cambiare.

Il Sindaco e i più fidati collaboratori si rinunirono a consiglio, ciascuno compì numerosi interventi, discorsi dalla retorica ridondante, ma tutti sapevano quale sarebbe stata la soluzione finale: l'esportazione.
Ed esportazione fu.
Non era certo una novità per i cittadini, che esportavano democrazia da cinque generazioni, ma questa volta c'era qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. Era come dire in maniera più esplicita "Ehi gente, portiamo immondizia nel vostro paese!". Letteralmente.

Al resto del mondo non piacque.
Valmonnezza in fondo non era l'unica cittadina ad avere problemi del genere: col tempo, sedimento dopo sedimento, erano venute creandosi grandi catene montuose di panni sporchi, frutta marcia e fazzoletti unti, che attraversavano tutto il continente. Nacquero i nuovi appennini, le nuove alpi, dotati di fauna caratteristica -pantegane selvatiche- e di flora locale -muffe silvestri.
Esportare non bastava più.
Terre e mari non erano altro che spazzatura su cui camminare o in cui nuotare, distinguibili soltanto in base a quanto diceva la cartina geografica.
No, esportare non bastava più. Non sulla terra, almeno. Già, non sulla terra! Ma nell'universo?

Ci sarà stato un qualche motivo per cui Dio aveva creato un universo infinitamente grande e vasto. Forse un modo per far sentire l'uomo un piccolo e insignificante omuncolo perso nell'immensità?
Più semplicemente, un regalo. Oh, un regalo! Cosa ci sarà mai qui dentro? Apro?
Bello! Cos'è, Buon Dio, l'universo? L'ho sempre desiderato!
Un immenso sgabuzzino, più grande della casa stessa. Il desiderio di tutti.

Il Sindaco convocò gli scienziati più illustri di tutta Valmonnezza.
"Mettiamo da parte i passati screzi, signori" arringò poi "dobbiamo pensare al bene comune! E a quello del Comune. E' forse possibile impacchettare e spedire, magari con dei grossi siluri, l'immondizia nello spazio?"
Gli scienziati si consultarono brevemente, poi risposero all'unisono, secchi: "Lanciare spazzatura nello spazio non è possibile".


"Lanciare spazzatura nello spazio è possibile!" gridava lo strillone e strillava il gridone pochi giorni dopo, mostrando ai passanti di Valmonnezza la prima pagina del quotidiano nazionale "Poche settimane alla soluzione finale!".
Sul cantiere spaziale stava appeso un cartello, che recava la scritta:

SECONDO LE STATISTICHE DEGLI ESPERTI, CIASCUN RAZZO VETTORE HA UN'AFFIDABILITA' DEL 100%.

"Falso, un razzo vettore non ha un'affidabilità del 100%, ma solo del 96%, cioè una probabilità di malfunzionamento ogni 25 lanci" avrebbe detto un qualunque esperto. Un qualunque esperto rimasto vivo.

Il primo razzo partì in un polverone, veloce e determinato. Certo, ogni tanto esitava e oscillava pericolosamente sotto il peso pressante del carico di rottami, ma non era niente che un buon rinfresco a spese del Comune non potesse risolvere. Il razzo arrivò a destinazione e si fermò, finendo a far parte di quella stessa sporcizia che trasportava; entrando a far parte del primo grande rifiuto spaziale. Come con ogni prima volta, seguì una seconda, una terza, e ancora una quarta. I missili solcavano in continuazione l'atmosfera terrestre in mille spettacoli pirotecnici. Senza il supporto del buffet comunale, ma comunque bellissimi agli occhi di tutti.
Ora dopo ora, Valmonnezza tornava Valle e, per la prima volta dai tempi dei padri fondatori, senza monnezza. I missili, grandi scope metalliche, spazzavano lo sporco sotto il tappeto dell'universo. La terra si alleggeriva, mentre l'immondizia andava pian piano ricoprendo l'intera atmosfera terrestre in un grande e minaccioso abbraccio, oscurando il sole.
"Poco male!" esclamava il Sindaco soddisfatto, ammiccando ai fidi collaboratori "Investiremo di più nell'illuminazione elettrica!".
E l'abbraccio si ingigantiva, stringeva, mentre la terra si alleggeriva, sempre più esile tra quelle sporche braccia, perché nulla si crea e nulla si distrugge, ma se il tutto viene spostato altrove, allora nulla resta.
Arrivati al venticinquesimo lancio, il Sindaco incrociò speranzoso le dita dietro la schiena.
"Un malfunzionamento ogni 25 lanci" pensava in un rivolo di sudore, mentre fissava il barcollante siluro Numero 25, caricato per precauzione di innocua carta igenica e cotton fioc.
Numero 25 piroettò, vacillò.
Arrivò. Sano e salvo.
Il Sindaco tirò un sospiro di sollievo asciugandosi con un fazzoletto la fronte sudata e si concesse ad un largo sorriso.
"Statistiche delle mie palle" fece quasi in tempo a dire, mentre il Razzo Numero 26 carico di scorie radioattive si spezzava tra una piroetta e l'altra, esplodendo morte nell'atmosfera terrestre.

Statistiche. Queste sconsiderate.

L'esplosione non coinvolse direttamente gli abitanti di Valmonnezza: si vide soltanto un grande fuoco d'artificio, immenso, abbagliante.
Il male era un altro, lì e in quel momento.
Il risucchio provocato dal gran botto chiamò a sé milioni, miliardi di detriti infuocati. Piovevano neri come catrame e gialli luminosi come quel sole trascurato. Luce di morte.
Quel che rimase del mondo non fu che un grande rifiuto infiammato che girava su se stesso, solo nell'angolino polveroso dell'Universo.


Centinaia di migliaia di anni dopo, la luce arriva ad altri piccoli pianeti, più blu che verdi.
Guarda, una nuova stella.
Dove?
Lì. Si chiamerà Pace.









-Nicolò Di Bernardo-

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