La Freccia.

martedì 7 giugno 2011







San Brembino, ore 6:39.
Mentre ancora il sole sta sorgendo, la terra comincia a tremare.
Le foglie, cariche di fresca rugiada, si scuotono provocando un'acquazzone su misura per piccoli insetti e gnomi. Gli alberi oscillano, muovendo le fronde e provocando la caduta di pigne come bombe a mano: scoppiano a terra, secche, in mille scheggie. Le formiche corrono ai ripari, per non finire travolte dalle pigne-bomba. I passerotti spiccano il volo spaventati, in cerca di rami più sicuri su cui appollaiarsi.
Un terremoto disastroso? L'eruzione di un vulcano? La caduta di un meteorite?
Molto peggio.

Nonno Bachino allungò il braccio, ancora mezzo addormentato: fece appena in tempo a fermare la vecchia foto di Clara prima che cadesse.
"Buongiorno, Freccia" mormorò sarcastico, alzandosi lentamente.
Nonno Bachino aveva 74 anni e si chiamava Giuseppe Bachelli. A chiamarlo Bachino erano stati i nipoti per via del buffo aspetto fisico: la pelle gli cadeva morbida sul viso in tanti solchi e rughe che lo rendevano simile ad un'antica crisalide; un vecchio troppo vecchio per essere farfalla.
Nonno Bachino infilò le pantofole e si diresse a fare colazione in cucina, piano.

Ore 7:39.
La terra tornò a tremare a San Brembino, per venti secondi.
Nonno Bachino si affacciò dalla finestra del suo piccolo rudere, e osservò il terremoto di tutta la pianura; la sua.
Era passato più di un anno, dal grande acquisto. Ancora ricordava.
Avevano bussato alla sua porta, di buon mattino.
Clara era già morta da qualche tempo, e ormai venivano a cercarlo soltanto i venditori di aspirapolvere porta a porta, i parenti -ma solo durante le festività importanti- e gli esattori del fisco, che si ricordavano di lui sempre, come in una grande famiglia.
Ma non era Pasqua né Natale, le bollette erano state pagate tutte -forse- e un nuovo aspirapolvere già ce l'aveva -a cosa gli servisse poi chissà, ma provava una gran pena per quei disgraziati che venivano fin lassù solo per lui, così gentili. Mica come quelli dell’ospedale, che venivano per convincerlo a donare gli organi.
“Dei miei organi ci faccio quello che mi pare, e lo farò da morto, chiaro?” rispondeva, sapendo di sembrare burbero e meschino. 
Comunque non erano neanche quelli dell’ospedale a bussare, che dopo l’ultima ripassata avevano capito la lezione.

Le novità erano quasi sempre disgrazie a San Brembino, ma Nonno Bachino aveva aperto comunque la porta, fiducioso.
"Salve signore, siamo delle Ferrovie dello Stato. Se ci fa entrare, le mostriamo..."
"No grazie, l'aspirapolvere ce l'ho già!" aveva gridato, sbattendo la porta.
"Signore" ripetevano da fuori "Ma noi vorremmo proporle un'affare, mica venderle un'aspirapolvere!"
"Fa niente, bravi lo stesso!" gridò il nonnino, tornando alle faccende quotidiane.

Passarono i mesi, sempre allo stesso modo.
Gli incravattati provavano a suonare il campanello -guasto, e non per caso-, poi bussavano, chiedevano di poter parlare. Ma Nonno Bachino si nascondeva sotto il tavolo della cucina, zitto e fingendo di non esserci. Gli uomini si affacciavano alla finestra, non lo vedevano e dopo una decina di minuti andavano via.
Andò avanti così a lungo, finché le bollette non furono troppe, la pensione troppo poca, e fu costretto a vendere il terreno.
Era colpa degli affari: andavano male e qualche vandalo gli aveva pure devastato l'orto più di una volta.
"Che almeno prendano qualcosa di sto ben di Dio" si infervorava Nonno Bachino "Che senso ha che mi distruggano tutto? Ma che ci capiscono qualcosa?"
"Denunciali, babbo" aveva provato a convincerlo il figlio Luigi, non a caso avvocato "vedrai che li beccano".
"Macché, ti faccio vedere io come si risolve la situazione. Ho ancora il fucile a sale!" aveva risposto lui, fiducioso. Cominciò così i turni di guardia, ma li finì ben presto: da quando aveva venduto la terra, i vandali non si fecero più vivi.
"Curioso, stai a vedere che st'affare mi porta bene".

Cosa ci volevano costruire mica l'aveva capito ancora. A saperlo prima.


Ore 8:39
La terra tremò ancora, sorprendendo Nonno Bachino pensieroso sull'asse del cesso.
Aveva messo orologi in ogni stanza per evitare gli imprevisti, eppure il suo intestino era più puntuale delle Ferrovie dello Stato e la memoria giocava brutti scherzi, così finiva sempre per essere sorpreso sulla tazza.
Il vecchio ondeggiò sull'asse, schizzando dappertutto. Una quotidiana catastrofe inevitabile.


Ore 9:39
Nonno Bachino aveva appena finito di pulire il bagno, quando sentì il rumore in lontananza.
Si affacciò alla finestra, osservandola: veloce, signorile, pulita, la Freccia saettava attraversando la pianura -la sua-. Poco signorili, pulite ed eleganti le rumorose conseguenze: i vetri oscillarono, le medicine saltellarono nell'armadietto e lo spazzolino blu ballò un tango solo, nel bicchiere, ormai vedovo.
"Alta la velocità, alta la rottura di coglioni" mormorò il nonnetto, tornando alle mansioni quotidiane.

Ore 10:39

Il treno passò, cogliendo nonno Bachino in una delle sue mansioni quotidiane: stava sonnecchiando sul divano, coperto da due dita di polvere –sia lui che il divano.
La Freccia e i suoi ottocentoquarantadue passeggeri lo fecero sobbalzare, mandandogli il cuore di traverso su per la gola. La polvere della casa si sollevava, sbuffava, si spargeva in ogni dove. Altri venti secondi e tornava a terra, a riposo per un’altra oretta.
Nonno Bachino tossì, uscendo dalla trincea salottiera e andando a godersi la bella giornata.

Se lo ricordava ancora, il primo treno. Era un po’ come il primo amore, che non si scorda mai. O meglio come il primo brufolo: spaventoso araldo di un esercito di pustole pussose, lo vedi e già sai che sarà il primo di una lunga serie; che ti accompagnerà per sempre in quella foto ricordo, anche quando sarai vecchio –che mica esisteva fotosciòp ai tempi. Un brufolo. Questa gli era venuta bene.
Ad ogni modo, ricordava il primo pussosissimo treno.
Nonno Bachino aveva osservato per mesi i primi lavori, all’inizio malinconico e un po’ incazzato, poi con più interesse, come ogni pensionato che si rispetti. Se ne stava nella veranda a controllarli per ore, talvolta gridando “Non si fa così, idioti!” talvolta provando ammirazione per quella mega ruspa che utilizzavano. 
Quando il carpentiere la accendeva Nonno Bachino restava a bocca aperta e si sentiva un po’ bambino, così tornava in casa fingendo disinteresse e la spiava dalla finestra del bagno, con discrezione.
Poi avevano finito i lavori, e da lì il silenzio. 
Niente più ruspe, certo, ma comunque una piacevole tranquillità.
Finché non passò il primo treno, qualche mese dopo.
Avvenne senza preavviso: Nonno Bachino stava pranzando quando la terra sussultò, le finestre si spalancarono sbattendo contro il muro e rompendo i vetri. I piatti da esposizione, quelli di Clara, si tuffarono uno dietro l’altro dalla mensolina, frantumandosi a terra, suicidi. Il tavolo si agitava come in preda al panico o assediato dalle tarme, scuotendosi di dosso piatti, pentole, bicchieri. La lampada dondolò come su un’altalena che ha preso troppo velocità, si staccò, travolse Mr. Puffolo, il vecchio gatto. Morto.
Tutto questo accadde in venti secondi netti: Nonno Bachino non fece in tempo a capire che non si trattava di un terremoto ma di un treno, che già questo se l’era filata, e non c’era nessuno con cui rifarsela.

Ore 11:39

Il treno passò furioso accanto alla casetta del Nonno.
Lo trovò fuori, che respirava un po’ d’aria buona e un po’ di polveri e terra sollevata.
Gli tremarono gambe, braccia, stomaco; gli tremò anche il cuore, forse per la scossa, forse per la rabbia.
Alcuni bambini del vagone 11 lo videro che gesticolava e salutava: risposero sorridenti al vecchio simpatico contadino.
Dall’altra parte del vetro Nonno Bachino inveiva ed imprecava contro il capo ferroviere, il ferroviere, la mamma del ferroviere e la mamma della mamma del ferroviere. Sembrava tanto un saluto.


Ore 12:39

Il treno passò ancora, mentre Nonno Bachino cucinava, con le mani incollate alle pentole per evitare incidenti.
Pensò a Clara, e a quello che gli preparava quando stavano assieme.
“Questa pasta non sa d’un cazzo!” commentava burbero, e lei ai fornelli lo mandava a quel paese ma entrambi, voltati, stavano sorridendo e lo sapevano. Ora di lei non restava più nulla, neanche le urla quando lui non metteva il tappo al dentifricio e si seccava. Dalla sua morte era sempre stappato, nella speranza che tornasse a rompergli le balle.
Nonno Bachino mangiò, poi tra un ruttino e un altro sprofondò nella poltrona, saltellando per il treno delle 13:39, puntualissimo.

Ore 14.39

Nonno Bachino si svegliò di colpo, sudato per lo spavento.
No, non per il treno, quello ormai c’era sempre –anche se sembrava quasi impossibile abituarsi-: aveva fatto un sogno, forse un incubo.
C’era Clara, e fin lì era bello, che lo prendeva in giro per il suo modo di camminare accusandolo di fingere soltanto il mal di schiena, per essere trattato come un pascià. Poi si zittiva guardando il campo incolto, e si faceva promettere un giorno lo faremo diventare un giardino, e inviteremo tutti i nostri vecchi amici, e nostro figlio con i suoi, e tutti i nipotini coi loro, e faremo tante feste, ed era una cosa che già aveva sentito, perché gliel’aveva chiesta davvero, e lui rispondeva sì Clara mia bella, ti giuro sì, però non piangere, te lo prometto, e allora lei correva nel campo e si voltava sorridendo, però la schiena faceva male, e Nonno Bachino era più lento. Vieni! rideva lei Vieni!, prima che arrivasse il treno, gigantesco ed infuocato ad inghiottirla, senza fermarsi.

Così Nonno Bachino si svegliò sudato, e gridava forte il nome di Clara, tanto da far tremare tutte le pentole sul mobile. O forse era stato il treno, chissà.

“Lo faremo il giardino, Clara.”

Ore 15:30.

Nonno Bachino era nel campo.
Aveva preso il vecchio bastone da passeggio, quello per andare su nei sentieri di montagna.
Scavalcò la ‘ringhiera di sicurezza’ nel punto più basso, un po’ a fatica. “Sicurezza un cazzo” pensò, mentre saltava giù dolorante ma intero.
Davanti a lui, i binari scintillavano roventi della luce del sole pomeridiano, sdraiati lungo la pianura e quasi infiniti, divini ma di un Dio malvagio, il Treno, il Denaro.
Nonno Bachino si mise tra le due colate d’acciaio ed aspettò. 15:35.
Se ne stava lì, rivolto verso Sud con le mani unite e il capo chino, appoggiato sul bastone.
“Non ti preoccupare Clara, è tutto a posto”.
15:37.
Nonno Bachino ascoltò le montagne tremare in lontananza, pregando.
“Vedrai Clara che si fermano. Eccome se si fermano. Vuoi che investano un povero vecchio come me?
15:38
“Tireranno il freno e la Freccia si bloccherà, e sarò stato io a fermarla, per te Clara. Costruiremo un bel giardino.”
15:39.


Il treno fu forse troppo veloce, troppo ansioso di arrivare puntuale.
Chissà se videro Nonno Bachino o si accorsero di lui soltanto dopo, arrivati in stazione, quando staccarono dalla punta della Freccia la crisalide vuota del vecchio baco, morto.

Quel che è certo è che li lasciò comunque tutti a bocca aperta: un corpo così ben conservato dopo un simile impatto non lo si era mai visto, mai.

Il giorno dopo seppellirono Giuseppe Bachelli alle 18:39, e si stupirono tutti quando sentirono qualcosa tremare, dentro la bara. Il figlio Luigi sgomitò, strappò il coperchio della bara a mani nude, ma ormai erano le 18:40, e lì dentro c’era soltanto un corpo morto. Per sempre.


Perciò dottore è questa la storia del mio cuore, del cuore curato e protetto dal forte guscio di Nonno Bachino, del cuore che sì, alla fine ha deciso di donare.
Se ogni ora mi trema forte e si ferma, non è una malattia, nulla di patologico.

E’ l’Alta Velocità.









-Nicolò Di Bernardo-

3 commenti:

Sasha ha detto...

vorrei lasciare un commento. un commento che non sappia di acqua sciapa. che scuota come quel treno che passa. non mi viene.
che lettura.

Soren ha detto...

Molto bello, complimenti per la segnalazione ed il tempismo!

Irene ha detto...

Nonno Bachino :)

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L'educazione è d'obbligo, l'allegria la benvenuta


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