Uno stupido anello di rame.

giovedì 20 ottobre 2011





Uomini.
Che tu voglia o non voglia, in qualche modo avrai a che fare con loro.
Che tu sia bue, acqua, fuoco, bastone, risalendo tutte le frequentazioni della fiera dell'Est fino al topo, c'è comunque un uomo ad aspettarti, sul cammino.
L'uomo nemico degli altri e nemico di se stesso, ma soprattutto degli altri.

Ma non comincia da qui la mia storia.
Comincia dal momento in cui vidi la luce per la prima volta -momento che chiaramente non ricordo-, comincia da quando mia madre partorì un piccolo topino nero, piccolo e pelosetto.
No, non sono più quel minuscolo topolino, tenero agli occhi umani.
Oggi sono grosso e informe. Oggi sono un ratto.
Nacqui in una piccola comunità di ratti della campagna orientale. Non ricordo neanche il nome del paese, a dire il vero.
In fin dei conti eravamo solamente di passaggio: si erano innamorati per strada mio padre, studioso antropologo di origini asiatiche -pazzo per il mondo occidentale- e mia madre, primogenita scappata a una famiglia di alta estrazione sociale ma dalle aspettative troppo alte. Si erano trovati per strada, e per strada avevano continuato la loro storia d'amore.
Molti ratti preferiscono avere un tetto sulla testa, godere della protezione di un qualche scantinato buio. Loro no: avevano sempre preferito viaggiare, e ad ogni nuovo amico, nuovo fratello di sangue che chiedeva loro di accettare ospitalità, che li pregava di fermarsi, loro rispondevano sempre allo stesso modo: "La strada chiama".
Dio li perdoni, o chi per lui.
Perché lo facessero poi, non saprei dirlo. Mia madre si sa, era soltanto -soltanto?- innamorata di lui. L'avrebbe seguito ovunque, e senza fare domande.
Ma mio padre...quello scintillio nei suoi occhi ogni volta che saliva sul Promontorio, il punto più alto della valle, e guardava il sole tramontare. Ogni volta che annusava il vento dell'Ovest. Quello, per me era sempre stato un mistero.

Dal giorno in cui nacqui io però, l'Occidente era destinato ad essere soltanto un piccolo lume nei suoi occhi, e nulla più.
"Il bambino è malato, Toto" cominciava a dirgli mia madre "e succhia latte come fosse di mucca. Sono debole, tesoro. Questa vita non va più bene. Dobbiamo fermarci."
Bastarono quattro giorni di viaggio e qualche ora perché un grumo di sangue piccolo come una pulce, sputacchiato fuori con un colpo di tosse, uccidesse mia madre, distruggendo il sogno di una vita.
Io continuavo a tossire, e non promettevo niente di meglio.
Mio padre si trovò a scegliere, e purtroppo per lui, scelse me.
E' a causa mia che decise di fermarsi nella comunità del Tappabuco.
Da allora in poi, c'era solo il Promontorio.

Tutte queste cose ovviamente non me le raccontò mai, ma spesso lo sentivo parlarne, quando avevamo ospiti. Fingevo di dormire e origliavo le conversazioni dei grandi, quel tipo di conversazione che vorresti non aver mai sentito ma che poi non puoi smettere di ascoltare, pur sentendoti in colpa.

Mio padre era nato in una lontana foresta asiatica. Viveva solo: non aveva una casa, non aveva una famiglia, non aveva nessuno. Aveva solo un ricordo, una diceria più che altro, ma comunque un valido appiglio per potersi arrampicare su quell'albero genealogico che gli era troppo alto e oscuro.
A quanto tramanda la storia umana, mio padre discendeva dagli antichi migratori, i ratti che riuscirono a mettere a dura prova la sopravvivenza umana.
I ratti che portarono la peste.
Certo non erano gli unici ad essere stati accusati di questo, lo stesso destino ad esempio toccò agli ebrei, ma nel corso della storia si erano evidentemente dimostrati meno bravi di noi a nascondersi nelle intercapedini e sotto le assi dei pavimenti. Ognuno fa quel che può.

Sono molto informato, sulla peste.
Sono molto informato su tutto.
Sin da piccolo mio padre aveva insistito per insegnarmi a leggere: ci eravamo stanziati nell'intercapedine di un'antica biblioteca umana, vicini alla cultura per essere lontani dall'uomo.
"Devi leggere" ripeteva "So che è difficile, ma leggere, solo leggere ti rende libero".
E mi rese libero davvero: la notte, di nascosto da lui, uscivo dal nostro buco e sfogliavo i volumoni pesanti che il Bibliotecario lasciava sulla scrivania. Al lume di una piccola candela scoprivo la storia, la filosofia, le scienze, l'economia. La poesia.
Poi, tornavo a dormire, e il giorno dopo ero di nuovo il piccolo e ignorante Lupo, armato di buona volontà ma veramente impedito nella lettura dei vocaboli più elementari, bisognoso di lezioni.
Era bello vedere mio padre impegnarsi per me.
Era bello sentirlo parlare delle invenzioni più assurde, degli usi e costumi più bizzarri, per poi perdersi in racconti e memorie che neanche lui ricordava di avere.
"Ci sono cose laggiù, Lupo, che neanche puoi immaginarti. Ma possiamo comunque leggerle" mormorava con un sorriso artificiale, umano.
La comunità del Tappabuco non era Berlino, non era Londra, né Firenze. Non c'era arte, poesia, progresso.
Berlino viene da una lingua antica e vuol dire "Ascolta", Londra è un "Fiume enorme", Firenze era "Fiorente".
E il Tappabuco? "Tappabuco", nome dato dagli abitanti roditori del posto, è dovuto alla semplice abitudine degli umani del posto di "tappare i buchi". Le nostre case, si intenda.
Uno schifo anche per gente dalle poche pretese: non c'è da stupirsi che vivessimo lontani da uomini e topi, e che gli unici amici di famiglia fossero i libri.

Ma i libri non danno da mangiare, e raggiunta la maggiore età -data puramente arbitraria che il caso vuole coincidesse con la dolorosa artrite di mio padre- divenne compito mio andare a 'procacciare' il cibo.
"Procacciare". Diciamo così noi ratti, ma per chi ha studiato un po' di lingue risulta ovvia l'incongruenza. Le civette, le aquile, i gatti "procacciano", e procacciano noi.
Noi elemosiniamo. Rubiamo, per lo più.
Ma a volte dare un nome diverso al mondo può darci la speranza di cambiarlo davvero.

Come fu per il mio nome: Lupo.
Un Lupo con una coda piccola e rosa, due denti sporgenti e le zampette piccole del ladro, non del predatore.

Ma il Lupo doveva procacciare il cibo, così il primo giorno mi misi in marcia.
La biblioteca distava un paio di chilometri dal resto della comunità del Tappabuco, e mi ci volle un po' per raggiungere la civiltà.
Era una giornata nuvolosa e triste, ma c'era qualche piccolo raggio di sole, quando vidi lei.
O forse me lo sono immaginato.
Era lì, accovacciata sul davanzale di una finestra, tutta intenta a rosicchiare un pezzo di formaggio.
"Buongiorno!" le dissi quando ero abbastanza vicino.
"Buonasera" mi corresse.
"Sì, ha ragione. A volte mi confondo, pare giorno".
Mi guardò e sorrise, facendo finta che non fosse così assurdo confondere la sera col giorno.
"Senta, una cortesia. Dove ha trovato quel pezzo di formaggio?"
"Oh, questo è dei miei padroncini" rispose "Ma se prosegue per questa strada, troverà un cesto dell'immondizia. Lì gli uomini buttano sempre qualcosa di buono."
"Molto gentile" dissi io "allora vado!"
"Arrivederci!", sorrise.
"Arrivederci!" rispondevo e pensavo "Come sei bella."
Imboccai la strada indicata, voltandomi piano e di nascosto. Mi guardava?
Proseguii il cammino e raggiunsi l'immondizia, non so dopo quanto.
Non so neanche cosa presi: presi qualcosa, qualcosa a caso, e tornai indietro.
Arrivato alla casa guardai sul davanzale, ma non c'era più.
"Stupido" pensai "E' tardi. Torna a casa".


I due giorni successivi furono agonia: il cibo tardava a finire, mio padre continuava a volermi insegnare a leggere e non avevo alcuna scusa per uscire dalla tana. Pensavo a lei, a quella boccuccia da piccola topolina di paese, al suo sorriso dagli occhi fini e a quella voce cortese, un po' imbarazzata dalle richieste di uno sporco forestiero.
Quando tre giorni dopo tornai a caccia, ero frenetico.
Arrivai in paese nella metà del tempo, ero sporco, ansante e sudato fradicio, ma queste sono cose che a un ratto non importano mai tanto. Quando varcai le porte del villaggio, pioveva a dirotto.
Raggiunsi la casa ed era lì, sul davanzale che si riparava dalla pioggia. Mordicchiava un pezzo di formaggio con garbo, piano piano, tutta concentrata.
"Buonasera!" le gridai.
"Mica tanto! Guardi che pioggia" mi sorrise, forse riconoscendomi.
"Ma non basta a rovinare una buona serata. Senta, una cortesia. L'altro giorno cercavo l'immondizia, sa, quella che mi diceva lei...ma non riesco a trovarla. Possibile che abbia capito male?"
"Impossibile! Deve andare sempre dritto, non può sbagliarsi."
"Oh, capisco. Andrò a vedere di nuovo. Non so come possa essermi sfuggita...grazie ancora, arrivederci!"
Mi voltai e presi a camminare, ma dopo poco sentii gridare:
"Senta! Magari posso accompagnarla, se proprio non riesce a trovare la strada."
Mi girai, il mio cuore premeva per uscire, per parlare al posto mio.
"Signorina, ma che dice...non vede come piove? Non potrei mai permetterle di bagnarsi..."
"Possiamo aspettare insieme che spiova. Non le pare?"
"Lei è molto gentile ma..." obiettai io.
"ACCETTA, stupido, ACCETTA!" mi gridava il cuore.
"Insisto. Si prenderà un accidente."
"La ringrazio, è molto gentile".
Mi issai sul davanzale e mi sedetti accanto a lei.
"Che pioggia..." azzardai io, nel tentativo fallimentare di imbastire una discussione.
"Già."
"Ma ha qualcosa di poetico, non trova?"
"Il raffreddore e la febbre sono un po' poco poetici. Preferisco il sole."
"Già, è bello anche il sole..."
"Già."
"DI' QUALCOSA, stupido, PARLA!" mi urlava il cuore.
Restammo in silenzio un poco. Poi fu lei a parlare:
"Senta, guardi, qui non smette. Prenda questo pezzettino di formaggio, così avrà qualcosa."
"Senta, guardi, può anche darmi del tu, se vuole. Comunque la ringrazio ma no, non fa niente".
"Senti, guarda, insisto".
"Ma no, insisto io! Senta, guardi, non si preoccupi, che di cibo ne trovo in abbondanza. Questo è suo!"
"Senti, guarda, mi puoi dare del tu anche tu. Comunque prendilo, in casa mia ce n'è in abbondanza. Per me non è un problema, ti sdebiterai poi".
"Oh beh, grazie." dissi, prendendolo in mano "Allora che faccio...vado?"
"Vada, vada."
"Grazie ancora" dissi, e mi affrettai verso casa, sotto la pioggia.

Fu forse il freddo della pioggia a farmi tornare in me qualche minuto dopo. Diamine, me n'ero andato! Mi ero lasciato sfuggire un'occasione perfetta, e mi ero pure portato via il suo formaggio! Che imbarazzo. Che disdetta!
"Che idiota" mormorava il cuore, rassegnato.

Tornato a casa, mio padre era orgoglioso di me.
"Formaggio di prima qualità! Ma come hai fatto?" continuava a chiedermi, ma io non rispondevo, e guardavo le goccioline di pioggia scendere dalla finestra con sguardo ebete, come in uno di quei libri di Moccia.
Ormai i giorni all'interno della biblioteca erano soltanto attesa, dolce e tormentosa attesa.
Mangiai oltre il necessario, e una volta finito il cibo, tornai da lei.
"Senti!" le gridai dalla strada "Non mi hai detto come posso sdebitarmi!"
"Buonasera!" mi disse.
"Oh beh, buonasera!" risposi imbarazzato.
"Non so. C'è qualcosa che sai fare?"
"E' il momento. Spara una bugia, sparane una grossa! Fai colpo, FORZA!"
"Ehm...dunque...so leggere, e so raccontare storie."
"Oh Dio che pena..."
"Meraviglioso! Allora ci possiamo vedere stasera, magari davanti a un pezzetto di formaggio?"
"COSA?!?"
"COSA?!? Cioè, intendevo, sì, va bene, certamente, magnifico!"
"Allora ci vediamo stasera!" esclamò "E se parli del tempo, ti uccido!"
"Non lo farò, lo prometto" risi correndo via.
"Scusami, ma il tuo cibo?"
"Oh beh, non importa!".

Arrivai a casa, agitatissimo. Dissi a mio padre che non avevo trovato niente lungo la strada, e che ero tornato ad avvertirlo che mi sarei trattenuto a caccia tutta la sera.
Lui biascicò qualcosa che non capii e che, in quel momento, non volli ascoltare.
Diedi una lettura veloce alle rime di Petrarca e a qualche passo di Romeo e Giulietta, così, per usare qualche frase ad effetto.
Nel giro di dieci minuti ero fuori.
Nel giro di trenta minuti ero in paese.
Nel giro di trentuno minuti ero alla sua finestra.
Lei era lì, una sagoma nera che si stagliava sulla luce di lampadina umana. Ma era una sagoma che avrei saputo trovare e riconoscere nel buio più totale, ormai.
Da dentro la casa proveniva una dolce melodia, una di quelle melodie che possono essere dolci se sei felice, amare se stai soffrendo.
Le sedetti accanto, e lei mi porse un pezzetto di formaggio.
"Buonasera."
"Buonasera", risposi. Lo era davvero.
"Ti piace la musica? Sono i miei padroncini. E' pianoforte."
"Pianoforte. L'ho sempre letto, ma mai sentito."
"E' dolce. Lo adoro".
Ci trovammo in silenzio, di nuovo. Poi lei parlò:
"Insomma, che storia mi racconti?"
"Romeo e Giulietta! Orgoglio e Pregiudizio! Anche Moccia, se necessario! Ma non la tua!"
"Non so, quella che vuoi."
"Raccontami la tua".
Così, non dando retta al mio cuore che nel frattempo invocava sconsolato il nome di Moccia, le raccontai della mia storia.
Delle mie origini, delle avventure di mio padre, e di quando incontrò mia madre, della morte di lei e tutto il resto, e lei mi osservava rapita -incredibile-, era interessata. Si interessava a me.
"Che bella storia. Un po' triste però."
Le nostre code nel frattempo, si sfioravano vergognose.
"Già...quelle vere lo sono sempre, sai...non c'è una fine, e quando arriva non sei qui per raccontarla".
"Sì...avrei voluto fosse una storia d'amore."
"Già." tagliai corto io, fissando lo sguardo sul pezzetto di formaggio come a esaminarne ogni dettaglio "Dunque, vuoi che ti racconti qualcos'altro? Vuoi che ti legga qualcosa?"
"Sì. La luna."
"La luna?"
"Non sono mai riuscita a leggerla. Leggimi la luna."
"Beh, quelle linee...sai, sono strane, non è che qualcuno le abbia mai codificate. Sono come un idioma nascosto, spaziale."
"Ma di' qualcosa di romantico, stupido! Inventa!"
"Però..." continuai "però ho sentito dire che è fatta di formaggio."
"Di formaggio?" esclamò lei, estasiata.
"Già, di formaggio." confermai, sorvolando sul suo precedente stato di magma liquido e sulla sua composizione di uranio, torio, potassio, magnesio, ossigeno e di tutti gli altri elementi chimici molto poco romantici.
"Uao, sai un sacco di cose. Peccato che io sia a dieta..."
"Se potessi, te la tirerei giù e te ne farei dare un bel morso. Al diavolo la dieta".
Non so come mi uscì questa frase, ma lei mi guardò, e i nostri occhi erano magneti che tiravano con sé il resto del corpo.
"Grazie" sussurrò, chiudendo gli occhi.
Ci baciammo.
Che cosa paradossale il bacio, una di quelle cose sulle quali puoi leggere quanto vuoi, puoi effettuare controlli incrociati con dieci dizionari diversi ma nulla, nulla può descrivertele.
Il bacio è meravigliosamente autoreferenziale.
Quella sera, su quel davanzale, facemmo l'amore.
Mentre le nostre code si accarezzavano e si corteggiavano io mi muovevo goffo, teso e ansioso. Lei mi insegnò piano in una lingua muta che tasti premere, come si fa con un pianoforte, dove accarezzarla, dove baciarla. I suoi baci erano piccoli e delicati ma mi attraversavano da parte a parte, mi scuotevano.
Piano piano esploravamo il nostro corpo, e io scoprivo di essere nato per lei, di essere stato plasmato in attesa del suo arrivo, in attesa che mi completasse.
Mi sentivo come uno stupido anello di rame che improvvisamente si sente incastonare un piccolo e perfetto diamante, e non è più stupido e di rame, ma fa parte di qualcosa di più grande. Diventa meraviglioso.
Pensavo questo mentre se ne stava appoggiata col suo muso sulla mia spalla, e le due cose combaciavano perfettamente, ed erano state fatte apposta, per forza.
Il freddo della notte non si sentiva, e la luna, testimone del nostro amore, sembrava si sforzasse di scaldarci coi suoi raggi tiepidi.
Dove non riusciva lei, provvedevano i nostri abbracci.
"Sai" mi confessò lei, in un lieve sospiro "io non ce l'ho un nome".
"Lo so" le risposi "E' una cosa di famiglia. Mio padre è antropologo, è un po' fissato con le usanze umane. Gli altri topi in genere..."
"Trovo che sia una cosa meravigliosa".
"Già. Sai, posso dartelo io un nome, se vuoi".
"Sarebbe magnifico..."
Mi fermai un momento. Poi, dissi:
"Evaluna. Ti piace Evaluna?"
"Suona bene. Che cosa vuol dire?"
"Eva, era la prima donna del mondo, la Luna...la Luna lo sai anche tu."
"Mi piace. Sono Evaluna."
"E poi sai, è anche il nome di un libro".
"Che belli i libri."
"Che bella tu."
Ci baciammo ancora tra i raggi della luna e le note di un pianoforte, lasciando soli i due pezzetti di formaggio, intonsi.
Così nacque Evaluna.

Quello che seguì fu l'anno più felice della mia vita.
Lo so, lo so, i topi vivono poco più di tre anni se sono fortunati, ma dei miei tre, vi assicuro che era il migliore.

Papà sembrava riprendersi dall'artrite. Non che fisicamente stesse meglio, ma riusciva a dimenticarsene molto in fretta grazie ai suoi libri e a un nuovo acquisto della Biblioteca di racconti italiani. Cercavo di convincerlo a riposarsi, ma quelle pagine fresche di tipografia lo esaltavano, gli davano un vigore che spesso lo teneva in piedi tutta la notte.
"Tranquillo, Lupo" mi rassicurava "non morirò mai prima di averli letti tutti!"

Con Evaluna poi...era paradiso.
Ci vedevamo tutti i giorni, di nascosto da mio padre: ufficialmente andavo a caccia di cibo, ma tornavo pieno di baci.
Quando le provviste rischiavano di bastare per più di un giorno, io le nascondevo.
Ed eravamo felici. In due.
La presentai a mio padre, che rischiò l'infarto -ma era contentezza, un infarto di gioia.
Piano piano le insegnai a leggere, e lei mi insegnò a suonare il pianoforte.
Certo considerando le dimensioni dei tasti rispetto al nostro corpo non potevamo certo fare miracoli, ma era divertente quando io scivolavo giù dai bianchi e lei mi prendeva in giro: "Auuuuuu! Lupo, Lupo! Che lupo temerario!"
La luna era sempre un sorriso, crescente o calante che fosse.
La melodia era sempre dolce.
E questo bastava.

Quando morì mio padre, avevo una spalla su cui piangere che mi dimostrò quanto questa perfetta corrispondenza spalla-muso potesse valere anche al contrario, a piacimento.
Portammo insieme mio padre sul Promontorio, e lì lo seppellimmo, perché potesse guardare il tramonto e l'Occidente.
Sempre insieme tornammo a Tappabuco.
Sempre insieme trovammo conforto al freddo dell'inverno.

Ora che mio padre non c'era più, Evaluna provò a convincermi che era il caso di vivere con lei.
"I miei padroncini sono veramente delle persone squisite. Suonano sempre buona musica e fanno dell'ottimo formaggio. Ti piacerà stare da loro, promesso!"
Le dissi che ci avrei pensato. Era difficile pensare di abbandonare la mia vecchia tana, con tutti quei libri, e quei ricordi.
E io non ero certo un topino grazioso come lei. Ero un sorcio. I suoi 'padroncini' mi avrebbero trovato subito, e mi avrebbero ucciso.
"Ho letto milioni di modi con cui gli uomini uccidono i topi" le spiegavo, ma lei non si curava, e rispondeva: "Mi ami? I miei padroncini sono a posto. Fidati di me, amore!"

Poi un giorno -e non era il mio cuore a dirmelo, ero io- decisi che era giunto il momento.
Leggevo Isabel Allende, fu forse lei a illuminarmi sul da farsi.
Come ebbi la consapevolezza, uscii subito dalla tana.
Non presi nulla con me, e per poco rischiai di lasciare anche la testa, tanto ero di fretta.
Arrivai in paese, sudato fradicio.
"Pazienza" pensai, "mi apprezzerà lo stesso. Porto con me una notizia che profuma sopra ogni odore".
Arrivato al davanzale, Evaluna non c'era.
La cercai per tutto il giardino, in strada. Andai fino al cesto dell'immondizia, in fondo alla strada, poi tornai indietro, poi girai il giardino di nuovo, senza tregua.
Mi issai sul davanzale, gridando con quanto fiato avessi in corpo "EVALUNA!"
Poi, il pensiero.
Mi girai di scatto e schiacciai il muso contro la finestra.
Era lì.

Ho letto milioni di modi con cui gli uomini uccidono i topi, ma quello, era il più crudele.
Evaluna era lì stretta a terra dalla colla letale, quella chimica, quella che gli uomini mettono sul pavimento della cucina e non fanno che aspettare e aspettano e aspettano e poi dopo qualche giorno guardano e trovano il corpo e se il topo è fortunato è già morto ma quando non è fortunato è ancora lì che si contorce e grida e nessuno lo sente perché gli uomini non sentono mai e lo guardano e allora piange ma gli occhi sono troppo piccoli perché se ne possano vedere le lacrime e prova a divincolarsi ma non si può non si può mai scappare e allora cosa diamine sto aspettando Evaluna ASPETTA! ASPETTA! Aspettami Evaluna amore mio sto arrivando resta lì ti prego ora una soluzione la trovo che l'ho letta sono sicuro che l'ho letta ci dev'essere qualcosa aspetta lì ti prego non morire non morire adesso che ti salvo ci sarà un ingresso un buco per entrare in questa casa santo dio aspetta che non lo trovo Evaluna PARLAMI! PARLAMI! Parlami dov'è il buco? Evaluna no non ti sento, non riesco a sentirti mi senti? Senti quello che dico? Evaluna rispondimi lo so che sei stanca ma sei ancora viva se sei ancora viva dimmelo batti gli occhi muovi il muso fai qualcosa per favore fai qualcosa Evaluna siamo troppo giovani per finire così so che è passato molto tempo ma siamo troppo giovani e sembrava che avessi finito le cose da dirti ma no, non erano finite no avevo appena iniziato e immaginavo i figli e i nipoti che ci portano il cibo mentre noi abbiamo l'artrite e magari chissà che non incontrano qualcuno e si innamorano e ci raccontano balle mentre noi leggiamo Shakespeare o qualcos'altro e poi rischiamo l'infarto e siamo felici siamo felici per noi e per loro e siamo tutti felici e l'amore vince perché l'amore alla fine vince vero Evaluna? Evaluna ti prego rispondi Evaluna non mi lasciare adesso non mi lasciare adesso non puoi non è possibile non mi lasciare adesso ti prego no...

Ma è successo. Era possibile. Nulla risulta impossibile alla fredda logica.
Umani. Assassini.
Non ti preoccupare padre, so cosa fare, so come vendicarmi. Me l'hai insegnato tu, non lo sai ma me l'hai insegnato tu.
Non li ucciderò, non vendicherò Evaluna.
Ci penseranno loro stessi a farlo. Porterò loro la peste.

Ho portato sul dorso la mia scintillante pulce infetta stanotte, padre.
L'ho presa dalla Biblioteca. Lo so che quello è un luogo di cultura, ma certe cose arrivano persino lì.
Certe cose non conoscono limiti.
L'ho portata sul mio dorso e l'ho messa sotto il loro cuscino, padre.
E' tanto bella quanto pericolosa. E' silenziosa, tace i suoi peccati.
E' una piccola monetina, la prima di una lunga serie per questo umano.
Guardalo padre, come dorme, il piccolo umano. Le sue guance morbide presto saranno grinzose. I suoi denti nuovi si carieranno.
Le mani non saranno più sporche del fango dei giochi ma l'anima, quella non la potrà lavare, no. Non la si lava mai.
Accuserà, condannerà, ucciderà.
Sarà affamato, sarà folle.
Sarà la sua peste.

In cambio del suo dentino. Uno scambio equo.
Ti ho costruito un pianoforte, Evaluna.
L'ho fatto piccolo e prezioso, come eri tu. L'ho fatto su misura per te, amore mio, così non cadremo più dai tasti bianchi. Volevo farti un regalo, prima che te ne andassi.
Ma ho aspettato troppo.

Suono per te Evaluna, stanotte, e mi esce solo una strana melodia.
La conoscevamo già, io te e la luna.
Ma è amara ormai. Sa come di amore e morte.















-Nicolò Di Bernardo-

1 commenti:

PolvereDiStelle ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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