Lilla, Billa.

domenica 4 dicembre 2011





"Lilla billa,
clorofilla
come quando il sole brilla,
sembra fuoco ma è scintilla
lilla billa,

clorofilla"

Fu questa piacevole cantilena a svegliarmi, la prima mattina della mia vita.
C’era il sole, come è logico che sia in primavera. Già, sì, era anche primavera.
E’ bella la primavera no? A me è sempre piaciuta tanto.
Sarà che sono foglia, sarà per quello. La primavera per noi foglie è tutto.
Dicevo: era stato proprio quello strano canto a svegliarmi, così curioso, così piacevole. Erano tutte lì, le mie nuove sorelline, attaccate ai loro rami che si dondolavano a ritmo, tutte insieme.
Noi foglie cantiamo sempre canzoncine, e questa qui nello specifico.
Non chiedetemi cosa voglia dire lilla, o billa, non l'ho mai saputo, però suona bene no?
Tra di noi ci chiamiamo tutte lilla, o billa. Non so se siamo venute prima noi o prima la canzone, però è così.

La prima volta che mi sono svegliata le mie sorelle erano già tutte arzille, e cantavano forte, in coro, e ridevano quando il vento gli faceva il solletico come in tutte le bellissime giornate di primavera.
"Lilla! Lilla!" Mi gridarono appena sveglia, e io "Sì, lilla, sono lilla, che bel nome lilla!".
Mi piace il nome lilla, ma anche billa non è male. Anche io mi unii al coro.
Noi foglie siamo così, ci piace cantare.
Che poi nessuno ci sente davvero, ma ci sentiamo noi e ci sente mamma albero, e questo ci basta. Mamma albero non canta, ma so che le piace ascoltarci.
Cantiamo tutto il giorno e cantiamo a tutte le cose.
Ricordo che cantavo sempre, assieme a loro.
Mi piaceva il mondo e piaceva alle mie sorelle, e mi piaceva stare sui rami, appesa. Sono sempre stata una foglia fortunata io, perché il mio ramo dava a occidente, al tramonto. A noi foglie piace il sole, il tramonto in particolare, e cantiamo per lui in fondo.
E per mamma albero.
È grazie a lei che viviamo, e anche se le foglie tirano sempre i rami, e cercano di raggiungere il cielo, io lo so che vogliono bene a mamma albero lo stesso.
Anche io all'inizio cercavo di raggiungere il cielo.
Non potevo farci niente, era la mia natura di foglia. Di giorno lodavo il sole, il nostro bel sole, di notte guardavo le stelle.
Saremo fastidiose, pettegole, ma noi foglie, quando spuntano le stelle stiamo zitte.
Stiamo in silenzio e le guardiamo, e forse loro guardano noi, questo non lo so, ma di sicuro stanno in silenzio anche loro.
Ricordo la mia prima notte.
Eravamo tutte lì, stupite, ammirate. Io più di tutte. Non c'erano parole per descrivere quello spettacolo, e non ci sono ancora.
"Ma a che rami sono appese?" chiedevo in giro, e tutte mi rispondevano "Non ci sono rami, quelle sono stelle".
"Sono così...così stellose".
"Già. Sono stellose."
Noi foglie non è che sappiamo parlare molto bene, cantare cantiamo, ma parlare è un po' un problema. Mamma albero non ci insegna certo, che sta sempre zitta, e tra noi lille e bille le parole sono sempre un po' le stesse.
Io sì, parlo meglio, perché ho ascoltato i due gambe.
Non tutti, che qui non ne passano mai. Ne ho ascoltato uno in particolare.
Ricordo ancora.

Era quasi estate.
Il vento era caldo, quasi non c'era, e mentre il sole ci abbracciava più forte e noi più forte cantavamo per lui, sentii un rumore, sotto di me.
Noi foglie siamo sempre state un po' distratte, e cantiamo forte che non sentiamo un accidente, e per carità di solito ero abbastanza distratta anche io, ma quel rumore l'avevo sentito forte e chiaro. Guardai in basso per la prima volta, e lo vidi.
Era un due gambe alto un quinto d'albero, capelli corti color corteccia, pelle di luna, occhi di cielo. Correva su per la collina ed evidentemente era inciampato, perché si teneva un ginocchio tra le mani e piangiucchiava e imprecava. Si sedette sotto mamma albero, e si calmò. Restò lì a guardare il panorama, ed io a guardare lui. Poi si addormentò.
Come dormono bene i due gambe, quando sono piccoli!
Mi incantò restare lì in attesa a cercare di distinguere il suo lieve respiro da quello del vento. Insieme davano vita a una melodia a me ignota, che avrei tanto voluto poter intonare.
Cantai piano su quella musica, vergognandomi un poco.
Al tramonto si svegliò, guardò quell'enorme sfera rossa e ne rimase rapito tanto quanto me. "Oh", disse, "fico".
"Daniele! A tavola! Vieni, dove accidenti sei?" sentii gridare.
"Cacchio" mormorò il due gambe, e corse giù per la collina.
Intanto il sole calava, e con un ultimo canto le foglie lo ringraziavano degli abbracci.
Che non si fossero davvero accorte di nulla? Com'era possibile?
Mamma albero sì, lei sapeva, e con silenzioso e rispettoso amore aveva studiato il sonno di quella piccola creatura per tutto il tempo. Ne ero certa.

Passarono i giorni, e ogni pomeriggio il piccolo due gambe veniva sotto mamma albero a godere dell'ombra e a giocare.
Io mi staccavo dal coro di voci verdi -erano così tante che nessuno notava mai la mia mancanza-, e mi mettevo a studiare il piccolo due gambe.
Guardavo il suo modo di saltare, di correre, di ridere e di dire parolacce. Invidiavo i suoi pantaloncini e il suo ciupaciupa, ma soprattutto il suo tempo.
Era assurdo pensare che quella che per me era un'intera esistenza per lui non fosse altro che una sola, piccola stagione della sua vita.
Gli invidiavo l'inverno, che mai avevo visto e mai avrei potuto vedere.
Noi foglie siamo contente del nostro destino, e quando dobbiamo nascere nasciamo, quando dobbiamo cadere cadiamo, però...però io amavo quella piccola creatura, lei e il suo modo d'essere, e questo mi faceva sentire così viva. Mi faceva desiderare altra vita.
Ogni sera, mentre le sorelle dialogavano mute con le stelle, io pregavo sotto voce mamma albero, pregavo di poter rimanere viva, di poter stare con lei e col due gambe.
"Mamma albero fammi vedere l'inverno" pregavo, e lei zitta.
Così ogni notte.

Arrivò l'autunno.
C'è qualcosa di poetico nell'autunno, eppure è la nostra morte.
La morte piace sempre, anche quella del sole: quando muore ad occidente, strappa sempre un "Oh".
A me la morte non piaceva.
Quanti canti ancora avrei voluto accompagnare al lieve respiro del due gambe, quante volte dispiacermi del suo ginocchio sbucciato!
Le foglie arrossavano, si facevano tramonto, e per la prima ed ultima volta abbassavano lo sguardo alla terra, la loro vera destinazione.
"Perché non ti fai rossa?" mi chiedevano "E' autunno. Dobbiamo cadere ora, non lo sai?"
"Sì, sì che lo so, adesso lo faccio, adesso mi butto" rispondevo, "solo un momento."
Passò molto più che un momento, e intanto le sorelle foglie si staccavano e planavano a terra, lasciandosi morire le une sulle altre, trovando nella vicinanza un po' di consolazione per la loro secca fine.

Io, ero verde.
Verde!
Verde come il giorno del mio primo canto.
Mi accorgevo di essere rimasta sola con mamma albero e ridevo, ridevo di gioia: avrei visto l'inverno! Grazie mamma albero, grazie di cuore. Lo so, lo so che sei stata tu.
E mamma albero, zitta, mi sorrideva.
Così, piano piano, arrivò anche il freddo inverno.
L'inverno!
A nessuno piace l'inverno, ai due gambe meno che mai, però trovavo qualcosa di così proibito in quella neve, in quel cielo bianco.
Quei colori erano belli come è bello quello che non si conosce.
Ma conoscendoli mi accorsi che non era facile sopravvivergli, anzi, l'inverno mi mise a dura prova, perché il freddo non è fatto per le foglie e le foglie per il freddo: eppure io resistevo, pensavo al due gambe e al suo respiro, e mi stringevo a mamma albero, per avere quanto più calore possibile.
Verde come una bella lilla, aspettai l'arrivo del due gambe.

Lui, non venne.
La sua mancanza mi rese l'inverno più duro di quanto già non fosse; gelata solitudine. Gelata lunga solitudine.
Sembrò passare un secolo, ma arrivò la primavera.
Osservai con curiosità la nascita delle nuove, giovani foglie.
Risi del loro stupore, quando videro il sole per la prima volta, e spiegai loro come potessero le stelle non avere alcun ramo.
Mi chiamarono mamma foglia, e io chiamai loro lilla e billa, gli insegnai a cantare, gli insegnai il piacere del vento e del suo solletico.
Del due gambe, non parlai con nessuna.
Non era gelosia, no, ma temevo che potessero innamorarsene come mi ero innamorata io. Temevo potessero desiderare di passare il lungo inverno, di vivere come vivevo io, e che potessero soffrire il gelo e la lontananza del due gambe come avevo sofferto io aspettando primavera.
Era forse meglio guardare sole e stelle, e amare loro soltanto.
Le stelle non se ne vanno mai davvero.

Certo la curiosità è foglia, e tutte mi chiedevano, emozionate: "Mamma foglia, raccontaci l'inverno, per favore dicci com'è l'inverno."
"Niente di che, davvero. Freddo, dolore" giuravo io, e intanto mentre le altre riprendevano a cantare, spiavo il piccolo due gambe e i suoi giochi.

Passarono le stagioni, quarantacinque ad essere precisi, e con loro quarantacinquemila lille e bille.
Il piccolo due gambe era cresciuto: le gambe erano più robuste, la schiena dritta e alta, che avrebbe potuto anche toccarmi, se lo avesse voluto. Non giocava più, ma il suo respiro era sempre lo stesso.
Oltre che per me, doveva essere anche bello per i suoi simili, perché dopo poco trovò per sé una femmina di due gambe, altrettanto bella.
Certo non è che ne abbia mai viste tante da quassù, ma i suoi capelli erano color nocciola ed erano lunghi, scendevano sulle spalle come i morbidi rami di un ciliegio affettuoso. Gli occhi erano foglie in primavera, le labbra sembravano tanto fragoline selvatiche, di quelle che a volte crescevano ai piedi di mamma albero.
Sì, era decisamente bella.

Li ho visti coccolarsi.
Le loro dita si toccavano in abbracci tali e quali a quelli del sole, ma più intensi.
I loro silenzi erano quelli delle stelle, ma più profondi.
I loro canti erano fatti di parole sussurrate alle orecchie, ed erano leggeri ma così musicali, come respiri.
Ogni tanto il vento ne rubava qualcuno e lo portava a me, e allora sentivo ti amo, sei mia, come sei bella, come sei dolce, ti amerò sempre, non ti lascerò mai.
Com'era felice, il mio piccolo due gambe, ed io ero felice per lui.
Non l'ho mai visto sorridere tanto.
Tornò a giocare: erano giochi un po' diversi che non so ben capire, non ci si sbucciava mai ma si stava bene, sempre bene, lui stava sempre bene e lei stava bene e si vedeva bene.

Fu in un giorno d'inverno che lui le disse: "La vedi quella foglia?"
"Quale amore?"
"Quella, quella lì, dai. La vedi?"
"Sì."
"E' inverno, eppure è ancora lì. Io non so come sia possibile, però ti giuro che è sempre stata lì. Da quando ero piccino. Ad ogni stagione. Venivo sempre qui a giocare, e lei c'era. Ecco, così siamo noi. Non c'è stagione che tenga, può anche scendere la notte più fredda, però restiamo così verdi, così vivi, e portiamo in questo mondo scuro un po' di primavera ad ogni ora. Vinciamo le stagioni del tempo, e ne viviamo una sola, grande e felice. Un'eterna primavera. Anche d'inverno".
Dopo aver detto queste parole la baciò, e tornarono ai loro giochi.
Io non potevo credere a quello che avevo sentito.
Mi aveva vista!
Mi aveva vista da sempre, il mio piccolo due gambe, il mio cucciolo, e io non lo sapevo. Mi spiava come io avevo sempre spiato lui, ed ora, ora io ero diventata il loro amore, ne ero il simbolo, la mia sofferenza aveva un senso, un'importanza.
Mai mi sarei lasciata morire, mai avrei seguito le altre foglie nel farsi rosse, mai avrei fatto finire il loro amore come finiscono le foglie, il sole, le stagioni!

Ma le stagioni finiscono sempre, e chi meglio di una foglia può saperlo.
L'ironia volle che finisse in primavera.
Non so come sia successo, né perché: fu forse un bacio in meno, forse uno di troppo.
Fu comunque la fine dei giochi.

Lei lo portò sotto mamma albero.
Si sedettero assieme, si alzò da sola.
Da allora non la vidi più.

Non avevo mai visto il mio piccolo due gambe soffrire tanto.
Seduto a terra si teneva le ginocchia, piangeva, gridava parole che il vento gli strappava e portava via, per nasconderle in qualche luogo sicuro e lontano.
Ma le parole tornavano, ed erano rantoli, gemiti, singhiozzi.
"Mi hai strappato il cuore" gridava "tu mi hai strappato il cuore", e io non so se sia possibile una cosa del genere per la razza dei due gambe però sembrava vero, si contorceva tenendosi il petto, e forse il cuore gliel'aveva strappato davvero, non lo so.
Io di queste cose non è che me ne intenda.
Però so che era peggio di una sbucciatura alle ginocchia, perché quando il sole tramontava quel meraviglioso spettacolo non gli strappò neanche un "Oh".
Era peggio di una sbucciatura alle ginocchia, mio piccolo due gambe?
Forse è perché di gambe ne avete due, ma di cuore in fondo ne avete uno solo. Era per quello?
Il due gambe urlava, tirava pugni alla corteccia di mamma albero che incassava ogni colpo zitta, ferma, e lui colpiva, e gridava, e colpiva ancora per dolore e rabbia.
Alla fine il due gambe, cuore solo, si fermò. Passò la notte sotto l'albero, ma non si addormentò.
Il suo non era più un flebile respiro ma un continuo, ininterrotto singhiozzare, e la musica che creava col vento era troppo triste, io non c'ho cantato sopra, proprio no.

All'alba il piccolo cuore solo se ne andò, forse per non tornare più.

Furono stagioni dure, quelle che seguirono.
Io, resistevo.
Nei miei sogni lei passava per caso sulla nostra collina con le sue due gambe, e vedeva che era inverno e c'era la neve ma io restavo lì ed ero verde ed ero bella e allora diceva cavolo, è bella ed è verde e io lo amo perché noi siamo come le foglie ma il nostro amore non è una foglia qualunque il nostro amore è quella foglia, e quella foglia resiste anche quando fa freddo perché quando si è in due non fa freddo mai neanche se nevica e allora tornava da lui e si amavano e si abbracciavano nella neve e freddo non faceva e giocavano come sapevano loro e io cantavo per loro una canzone d'amore mai provata e inventata ma inventata così bene come fosse stata scritta da sempre ed era tutto così bello, e lui stava così bene e lei stava così bene e si vedeva bene che stavano bene e io anche io stavo bene perchè stavamo tutti bene.
Ho sognato così per stagioni che diventarono anni.

Poi lui è tornato.

I capelli grigi avevano scordato la corteccia ed erano diventati neve, e il cielo dei suoi occhi era ormai nebbia. Avevi messo l'inverno nel petto, mio piccolo due gambe, lì dove ti mancava il cuore?
Ti sei avvicinato assieme a una coppia di due gambe, sei gambe in tutto, sei mani zozze e ruvide.
"E' questo. Tagliatelo", hai detto.
Te ne sei andato.

E ora ci tagli.
Dopo tutto quello che è successo ci tagli, mio piccolo amore, mio piccolo due gambe?
Ci ammazzi tutte.
Ho seguito il ritmo del tuo respiro attraverso gli inverni, le primavere, le estati e gli autunni, ho seguito il crescere dei tuoi capelli, la guarigione delle tue sbucciature, e tu mi ammazzi.
Ammazzi me e mamma albero.

Lilla billa,
clorofilla...


Mamma albero ci taglierà lo sai vero? Mamma albero lui proprio lui ha deciso di tagliarci. Perché lo fa? Capisci perché lo fa? Tu stai in silenzio mamma albero e noi abbiamo sempre cantato per te ma tu cos'hai capito in quel tuo silenzio? Mamma albero devi dirmi cosa hai capito in quel tuo silenzio perché io di questa vita non ho capito niente e sento questo odio questo odio in risposta a tutto questo nostro amore

Come quando il sole brilla,
sembra fuoco ma è scintilla...


questo nostro amore che non ha capito come può non averlo capito? Mamma albero devi spiegarmi perché non l'ha capito perché sto impazzendo e non capisco a cosa sono serviti tutti questi inverni sofferti per stargli accanto se poi lui ci ripaga così e ci disprezza e ci fa tagliare

Lilla billa,
clorofilla...


ci fa tagliare mamma albero le senti queste voci? Hai sempre sentito tutto mamma albero e io sento queste voci sono le foglie mamma albero sono le mie sorelle sono le tue figlie morte che non nasceranno non è così mamma albero, non nasceranno perché loro non hanno capito no i due gambe non capiranno mai che noi li amiamo più di quanto non amino loro stessi no non hanno capito che noi non li abbandoneremo mai come fanno loro e che continueremo ad amarli sempre e a consolarli delle loro ferite e a procurargli l'ombra e a condividere con loro un tramonto perché che cos'è un tramonto se non lo puoi regalare a nessuno mamma albero

Lilla billa,
clorofilla...


non lo puoi regalare a nessuno e no non hanno capito quanto li amiamo mamma albero e non hanno capito il tuo silenzio il tuo silenzio non è debolezza mamma albero il tuo silenzio è comprensione come tu hai compreso me hai compreso anche lui vero mamma albero per questo non reagivi quando ti picchiava quando ti prendeva a pugni perché quello era il tuo muto abbraccio e anche tu lo amavi non è così? Il tuo silenzio è comprensione e perdono e i due gambe si credono

Come quando il sole brilla,
sembra fuoco ma è scintilla...


si credono immortali ma non è così mamma albero quello che sembrava fuoco non è fuoco mamma albero siamo soltanto piccole piccolissime scintille e non lo capiamo e ci crediamo importanti e immortali, e ci illudiamo di passare tutte le stagioni ma l'inverno arriva sempre mamma albero e arriverà anche per loro e per me come per le altre foglie e forse ho capito mamma albero ho capito che i bei momenti servono soltanto per avere brutti ricordi quando il passato si fa inafferrabile ed è la fine e ora è la fine e tu lo sapevi già vero tu lo sapevi e non ci hai detto niente hai preferito tacere hai taciuto per proteggerci o perché avevi paura mamma albero avevi paura della verità?

Lilla billa,
clorofilla...


Io ho paura della verità mamma albero e ho paura di morire ma non mi stacco da te non vado alla terra e non vado al cielo resto con te fino alla fine mamma albero perché continui a stare in silenzio, perché non gridi mamma albero mentre ti aprono la corteccia e affondano le loro sudicie e zozze mani nel tuo cuore pulsante cos'è quello che esce mamma albero non è resina no, non è resina agli uomini piace chiamarla così perchè li fa sentire più tecnici li fa sentire meno assassini ma è soltanto un nome elegante per qualcosa di sporco come sono sporchi loro dimmi mamma albero sono lacrime o è sangue, lacrime o sangue?
Io non lo so ma so che le loro mani ne resteranno sporche per sempre perché il sangue e le lacrime non vanno via neanche con l'acqua no neanche con l'acqua la resina ti resta attaccata alle dita e allora si ricorderanno di te e di me mamma albero e la notte si sveglieranno e sentiranno questo mio ultimo canto li sveglierò la notte con questo canto e tremeranno e si laveranno le mani ma sarà tutto inutile mamma albero le mani resteranno sporche e forse capiranno che non era colpa nostra e che avremmo voluto la loro felicità ma sarà tardi mamma albero sarà troppo tardi perché di noi resterà soltanto un canto soltanto un canto


Lilla billa,
clorofilla,
come quando il sole brilla,
sembra fuoco ma è scintilla,
lilla billa,
clorofilla.











-Nicolò Di Bernardo-

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Wow!! Sei davvero bravo, è meraviglioso!
Mi è piaciuto da impazzire!!
Mi inchino alla tua bravura!
Francesca

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L'educazione è d'obbligo, l'allegria la benvenuta


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