Uno stupido anello di rame.

giovedì 20 ottobre 2011





Uomini.
Che tu voglia o non voglia, in qualche modo avrai a che fare con loro.
Che tu sia bue, acqua, fuoco, bastone, risalendo tutte le frequentazioni della fiera dell'Est fino al topo, c'è comunque un uomo ad aspettarti, sul cammino.
L'uomo nemico degli altri e nemico di se stesso, ma soprattutto degli altri.

Ma non comincia da qui la mia storia.
Comincia dal momento in cui vidi la luce per la prima volta -momento che chiaramente non ricordo-, comincia da quando mia madre partorì un piccolo topino nero, piccolo e pelosetto.
No, non sono più quel minuscolo topolino, tenero agli occhi umani.
Oggi sono grosso e informe. Oggi sono un ratto.
Nacqui in una piccola comunità di ratti della campagna orientale. Non ricordo neanche il nome del paese, a dire il vero.
In fin dei conti eravamo solamente di passaggio: si erano innamorati per strada mio padre, studioso antropologo di origini asiatiche -pazzo per il mondo occidentale- e mia madre, primogenita scappata a una famiglia di alta estrazione sociale ma dalle aspettative troppo alte. Si erano trovati per strada, e per strada avevano continuato la loro storia d'amore.
Molti ratti preferiscono avere un tetto sulla testa, godere della protezione di un qualche scantinato buio. Loro no: avevano sempre preferito viaggiare, e ad ogni nuovo amico, nuovo fratello di sangue che chiedeva loro di accettare ospitalità, che li pregava di fermarsi, loro rispondevano sempre allo stesso modo: "La strada chiama".
Dio li perdoni, o chi per lui.
Perché lo facessero poi, non saprei dirlo. Mia madre si sa, era soltanto -soltanto?- innamorata di lui. L'avrebbe seguito ovunque, e senza fare domande.
Ma mio padre...quello scintillio nei suoi occhi ogni volta che saliva sul Promontorio, il punto più alto della valle, e guardava il sole tramontare. Ogni volta che annusava il vento dell'Ovest. Quello, per me era sempre stato un mistero.