Edipo Innamorato.

lunedì 16 aprile 2012





Salta non si chiamava Salta.
Si chiamava in cento modi, forse mille, ma di sicuro Salta non era il suo nome, perché il padrone non lo avrebbe mai lasciato intatto, non l'avrebbe mai permesso. Era troppo cattivo.

Ma se non lo era, lo era diventato.
Era un nome di battesimo popolare, niente che fosse stato scelto da un genitore affettuoso con la dovuta cura; piuttosto un'accozzaglia di suoni buoni da pronunciare, e rapidamente. Non il dono di un padre per amare e coccolare lui soltanto, piuttosto una sigla, un buon modo per il padrone di chiamare, offendere, dare ordini a lui e lui soltanto. A Salta.

Non era comunque nato per caso.
Non Salta, forse lui era nato per caso -o almeno al padrone questo piaceva rinfacciargli di tanto in tanto- quanto il nome, la sigla. Salta era un bambino piuttosto vivace, ma i piedi gonfi e laceri lo rendevano più goffo di quanto non fosse già per via della statura: un piccolo bastardo che non faceva che piangere e chiedere cibo e che non riusciva neanche a saltare.
Così veniva preso in giro spesso, e capitava che dopo mangiato, per allietare un po' la serata, gli si gridasse “Salta cretino, salta!”

A Salta questo dispiaceva un po', ma non più di quanto gli dispiacesse essere picchiato e tenuto chiuso nella Stanza del Dolore, che puzzava molto e spesso si usciva morti. Saltare poi, sarebbe stato utile solo se avesse potuto giocare, ma i giochi non erano cosa per lui come per nessun altro, così Salta sistemando la lista dei propri desideri aveva messo prima poter giocare, e poi forse far guarire i piedi, o almeno cambiare nome. Sistemava spesso i propri desideri, perché quando si ha poco da sperare sapere cosa si desidera più e cosa si desidera meno diventa una questione di vita o di morte. Se non conosci bene i tuoi desideri, la tua storia finisce prima di essere raccontata.

Per difendersi da chi prendeva in giro questa sua teoria, Salta portava spesso l'esempio di Enea, lo slavo. Una sera giocava di nascosto con un pallone di cuoio vero che era riuscito a rubare in un parco del centro, giocava da solo come faceva sempre per paura che qualche altro bambino invidioso glielo portasse via, quando a un certo punto il pallone era finito oltre la Recinzione, che la Recinzione si sa non va passata mai, mai e poi mai.
Enea però decise di rischiare, e approfittando del buio scavalcò la rete, si fece spazio tra i rovi cercando il pallone, lo trovò, lo prese, tornò indietro e con un salto era di nuovo nell'area.
Davanti al padrone.
La fine di Enea poi la sapevano tutti ma non la si diceva mai ad alta voce, quando se ne parlava i ragazzi se la sussurravano all'orecchio, come si fa di un presagio.
“Ecco” finiva Salta “se Enea aveva fatto la lista dei suoi desideri, lo vedeva che la vita era più importante del pallone. Anche se era bello però.”
Finito l'esempio di Enea, nessuno parlava più.

Salta allora si metteva a scorrere mentalmente la lista dei suoi desideri, che recitava:

1 – Vita
2 – Mamma e papà
3 - Giocare
4 – Scarpe


Salta non aveva una mamma e un papà, ma aveva una sorella.
Tutti dicevano che non era sua sorella ma cacchio, se si può scegliere un nome della merda come Salta che non è neanche un nome vero allora uno può scegliersi una sorella come si deve e dire che è sua sorella e nessuno deve rompergli le palle.
Il suo nome era Sibilla perché lei aveva deciso così e al padrone sembrava andare bene, ed era la più grande di tutti i ragazzi e di tutte le ragazze, e quindi nessuno poteva ricordarsi come le era stato dato questo nome quindi gli andava bene e la chiamavano così, anche se di solito non la chiamava nessuno mai.

Non si somigliavano molto.
Certo entrambi avevano il volto di un pallore quasi lunare, che risaltava molto per via dello sporco e delle croste di fango che spesso gli rimanevano attaccate addosso, e avevano i capelli scuri come il male di un cieco, ma sembravano venire comunque da paesi diversi -quali?
Di sicuro non dalla stessa famiglia.
I lineamenti di Salta erano piuttosto rotondeggianti nonostante le scarse razioni di cibo, dettaglio che rendeva il suo viso puro e innocente, degno della compassione dei più ricchi e dunque più redditizio. Anche per questo era il preferito del Padrone.

Sibilla era meno bella.
Tossiva sempre ma non era una malattia particolare; mangiava tanto quanto Salta, che le porzioni erano uguali per tutti, ma aveva quasi sette anni di più ed era forse questo il problema. Il volto era scavato dalla fame e il freddo e gli insulti che meritava una donna, ed era attraversato da un grosso sfregio che partiva dal lato destro della fronte e arrivava al margine sinistro del mento; un grosso solco che doveva aver estirpato ogni possibile desiderio di bellezza e femminilità dal suo cuore prima ancora che potesse nascere; un unico, grande odio che la prendeva prepotentemente e che veniva spezzato soltanto dal muoversi della bocca per parlare e per mangiare, quindi quasi mai.

I due andavano molto d'accordo, e più che una sorella maggiore Sibilla era per Salta una madre, anche se il significato della parola stessa era per i due ragazzi sconosciuto e vuoto.
Sibilla non era più buona a fare le elemosina, così il Padrone aveva deciso da prima che Salta nascesse di tenerla in casa, da brava donna, a badare alla pulizia del capanno, preparare la poltiglia, far stare zitti i bambini quando si faceva sera, che lui conosceva un modo solo per farlo.

Oltre a fare tutto questo Sibilla riusciva ad essere gentile con Salta: gli ripuliva spesso il viso quando tornava dal lavoro, quando serviva ricuciva le sue scarpe prima che lo scoprisse il Padrone -che trovare in città scarpe buone per quei piedi di merda era più difficile che farle a mano-, a volte gli dava un po' più di pane, se i bambini non vedevano; gli massaggiava i piedi stanchi, gli raccontava storie.

Era forse questo il piacere più grande che potesse fargli: quando anche il Padrone dormiva Sibilla sgattaiolava nella tenda in cui Salta dormiva, accendeva un lumino e parlando piano, senza svegliare gli altri, leggeva Tutto Mitologia Greca.
Sibilla non era nata al Campo, era stata un'orfana di lusso: aveva un nome e forse avrebbe avuto un cognome e dormiva in un orfanotrofio, aveva primo secondo e dolce, le ore di gioco e anche le ore di studio. Aveva imparato a leggere l'italiano, un po' anche a scriverlo, poi però era scappata, e si era ritrovata tra le mani di Polifemo.
Lui non si chiamava davvero così, lui era il Padrone, ma quando si voltava di spalle tutti al campo lo chiamavano Polifemo, perché le cose che faceva lui ai bambini, quelle soltanto un orco poteva farle.
Salta non riusciva a capire come avesse potuto decidere -apposta!- di andarsene per fare quella fine e a volte glielo chiedeva, ma di questo lei non parlava volentieri e prendeva sempre a tossire forte.
In ogni caso ormai era lì, la buona Sibilla, e non si era portata dietro il nome, non si era portata dietro il calore dell'orfanotrofio, o un primo, un secondo, un dolce, o un minuto di gioco.
Aveva portato con sé un libro. Tutto Mitologia Greca.

Salta amava sentirla leggere.
Doveva soltanto chiudere gli occhi, e lei parlare, e nascevano fieri eroi, mostri terribili, divinità meravigliose. Salta dimenticava il dolore ai piedi e capiva ogni notte perché Sibilla non parlasse mai di giorno, che se un suo sussurro poteva far nascere cose del genere, chissà cosa avrebbe fatto un grido.
Con lei sentiva il lamento di Prometeo mangiato dall'aquila, le melodie di Orfeo e il suo pianto per la bella Euridice, le grida e gli sforzi di Ercole sudato e stanco, e si chiedeva come potessero non svegliarsi gli altri ragazzi, con tutto quel rumore.
“Soltanto noi sentiamo”.

Aiace, Diomede, Odisseo, tutti gli eroi passavano in rassegna notte dopo notte, ma Salta mai si era addormentato prima che Sibilla gli avesse raccontato di Edipo.
Edipo era il suo preferito.
Aveva un nome bellissimo, che è Edipo, e che vuol dire -spiegava Sibilla- “piedi gonfi”.
Ma non erano gonfi per questioni di nascita, né era stato il Padrone a rovinarlo apposta, per fargli chiedere le elemosina.
Edipo non ne aveva di padroni.
Edipo era un re.
Era un re di nascita, mica altro, ed era bello e valoroso e tutti lo amavano sin da piccolo come amavano la sua famiglia, ma era stato allontanato quando era un bebè, e per questo aveva i piedi gonfi, perché per portarlo via l'avevano dovuto legare per i piedi e gli avevano fatto un po' male, anche se non volevano.
“Ma perché lo volevano allontanare? Non gli volevano abbastanza bene?” chiedeva allora Salta, e Sibilla chiudeva il libro e raccontava che era colpa di un mostro cattivo, Polifemo, che lo volevano nascondere lontano per evitare che lui lo prendesse e lo mangiasse, per questo lo avevano portato lontano, più precisamente a Parigi, perché non erano disposti a mettere in pericolo la sua vita, e così raccontava le gesta di Edipo nato nel centro di Milano ma cresciuto a Parigi che prendeva in moglie la regina Giocasta, imparava le arti della guerra e tornava nella periferia milanese e uccideva Polifemo, vendicava la madre e il padre morti, e diventava lui il Re, un Re buono; raccontava così e sembrava che inventasse ma gli eroi gridavano, le spade tintinnavano e tutto era vero.
Salta, che sotto sotto era un po' Edipo, si addormentava sempre, e faceva bei sogni.

Quando Sibilla morì, Salta perse il suo libro.

Sibilla era morta di malattia.
Troppo sporco, troppo freddo, troppo poco cibo.
Polifemo aveva deciso di lasciarla morire, che tanto era troppo vecchia per fare le elemosina o per divertirlo a tarda notte, sfregiata com'era non avrebbe tirato su 20 euro a scopata ed era diventata troppo debole per badare alla casa.

Salta non aveva mai odiato davvero Polifemo come fece da quel giorno.
La lista mutò:

1 – Vita
2 – Uccidere Polifemo
3 – Mamma e Papà
4 - Giocare

Continuò comunque a lavorare, perché lavorare serviva a rispettare il primo punto, che era il più importante sempre.


Salta conosceva Parigi.
Da quando aveva sentito la storia di Edipo, aveva rubato per l'occasione una cartolina da una strana edicola che aveva tante cartoline di ogni parte del mondo, e ne aveva una anche di Parigi, che non aveva la Torreifèl come al solito ma aveva scritto in piccolo nell'angolo destro “Paris”, che vuol dire appunto “Parigi”.
Nella foto c'era una piccola piazza in bianco e nero, un fruttivendolo gridava e cercava di attirare la clientela agitando una zucchina come una clava, due innamorati passeggiavano mano nella mano e sembravano abbastanza felici, un signore anziano vestito elegante sorseggiava qualcosa seduto all'ombra di un parasole.
E poi c'era lei.

“E' una macchia!”.
Dicevano tutti così, sempre.
Ma si sbagliavano.
Seduta in un angolino, sul lato sinistro, c'era una ragazza forse più bella e più dolce di Sibilla.
Si vedeva male, perché si teneva all'ombra per il troppo caldo e sembrava annoiata, e la gente si crede sempre simpatica e di compagnia e sarebbe pronta a negare l'esistenza di qualcuno pur di non ammettere che al mondo c'è chi si annoia.
I bambini stupidi, che pensavano solo alle elemosina di merda e ai palloni di cuoio e solo questo avrebbero fatto della loro vita, mica potevano vederla.
Ma lei esisteva. Era lì.
Giocasta.

La regina Giocasta.
Si annoiava.
Lo amava.
Lo aspettava.


Salta, che in realtà si chiamava Edipo, aggiornò la propria lista dei desideri:

1 – Vita
2 – Giocasta
3 – Uccidere Polifemo
4 – Mamma e Papà

Era scritto nel destino, nel Tutto Mitologia Greca. Lui non sapeva leggere, ma era scritto.
Edipo avrebbe raggiunto Parigi, avrebbe sposato la bella Giocasta regina del luogo e avrebbe imparato a fare la guerra, e poi tornava a Milano, e poi uccideva il bastardo Polifemo e poi si trasferiva lì con Giocasta, la bella Giocasta, e poi aveva dei figli, dei bei figli, assolutamente non orfani.

Edipo continuò a lavorare, ma con più lena.

Girava per la Stazione Centrale, con passo lento ma deciso, con quel suo sguardo che inteneriva tutti, certo non gli orchi, ma tutti gli altri sì.
Chiedeva due monete e ne metteva in tasca una, tre e ne metteva via due, quattro e tre, cinque mai perché cinque monete non le dà nessuno a uno zingaro, neanche rosse.
Edipo risparmiava e aspettava, aspettava e chiedeva, e quando la gente bene lo guardava male, o dubbiosa, lui sussurrava piano “devo scappare da qui”.

Polifemo l'aveva sentito, che a lui sfuggivano poche cose, ma non aveva detto niente perché in fondo la rendita di Salta era aumentata, e che fosse quello il motivo o no, quando la ruota gira bene è meglio non fermarla per avere delle stupide certezze, che le certezze non valgono un soldo.
Con quei piedi poi, dove sarebbe andato?
A Polifemo non scappavano neanche i bambini sani.

Edipo continuava a guadagnare di nascosto, perché Polifemo si credeva chissà cosa ma quando hai un occhio solo qualcosa ti sfugge per forza.
“Devo scappare di qui. Due monete per favore.”

Fu un vecchio a pagargli il viaggio.
Edipo l'aveva trovato seduto a una panchina che teneva in mano un bastone e aveva ripetuto la formula magica, tendendo le mani.
“E dove vai di bello?” disse lui, di risposta.
Edipo, che non era abituato a rispondere a certe domande, balbettò un po' sulla A, poi disse:
“A Parigi”.
“Bellissima. Ci sono stato, qualche volta Come ti chiami?”
Già. Come si chiamava? Salta o Edipo? O qualcos'altro?
“Edipo”.
“E' un gran bel nome. Una bella responsabilità, sai? E perché vai a Parigi?”
Edipo non capiva. Con che occhi lo guardava quel vecchio. Sembrava vederci male, eppure lo sguardo era rivolto verso di lui, e non era di odio o schifo o compassione. Sembrava affetto.
Come incantato, tirò fuori la cartolina dalla tasca dei pantaloncini.
“Per lei”.
“Lei? Non posso vederla”.
“Non è una macchia!”
“Non ho certo detto questo” rispose lui “non ci vedo e basta. Chi è? Raccontami, per favore”.
Il vecchio era cieco, lo guardava ma era cieco.
Così Edipo raccontò.

“Si chiama Giocasta. Ha 11 anni, è più grande di me però dei ragazzi grandi non le importa, aspetta me. E' molto dolce con me. I suoi capelli sono morbidi, un po' riccioli, scuri scuri. Ha degli occhi bellissimi. Ha un papà e una mamma, che le fanno fare delle lunghe passeggiate vicino al mare, però il sole le dà noia, è per questo che sta sempre all'ombra. Ha la pelle chiara, è un peccato che si rovina.”
“Sì, lo vedo”.
“Io la sposerò.”
“Buona fortuna allora, Edipo” rispose il vecchio, mettendogli tra le mani un pezzo di carta da 50 euro.
50 euro! Allora erano fatti così.
Forse si era sbagliato. Sicuramente si era sbagliato: era cieco, capitano errori del genere ai ciechi.
Doveva dirglielo?
“Che aspetti? Corri, non lo vedi che si annoia?”.

Edipo infilò in tutta fretta la banconota in tasca, no in tasca no, meglio nel calzino, nel calzino Polifemo non controlla.
Si guardò intorno. Dell'orco nessuna traccia.

50 euro. Una fortuna!
Era il momento.

Avrebbe forse dovuto aspettare, per essere sicuro, ma erano 50 euro. Se qualcuno glieli avesse presi, o se li avesse persi, avrebbe perso l'occasione di una vita.
E Giocasta si annoiava.
Lo aspettava! Doveva muoversi; ogni giorno che passava era un giorno perso.

Edipo ringraziò, pianse e corse -come uno storpio può correre- a prendere il primo treno in partenza. Giusto una stazione, solo per scappare da Polifemo, pianificare il viaggio e partire.
50 euro. Una fortuna!

“Ultima chiamata: il treno Z45601 delle ore 16:45 diretto a Venezia è in partenza dal binario 3”.
Desiderio numero due, ma no, numero uno, Giocasta, un desiderio vero, un desiderio in carne e ossa, un desiderio da amare.
Edipo si guardava attorno, ansimava, non c'era nessuno, poteva salire.

Si appiattì al finestrino e guardò Milano per l'ultima volta.
Il motore del treno rombava e faceva vibrare i vetri e le poltroncine che gli facevano il solletico.
Iniziava così il viaggio di una vita. Iniziava ora, e quando sarebbe finito non si sapeva, ma di sicuro sarebbe stato con la bella Giocasta. Sentiva le sue carezze, i suoi bacetti timidi.
Sentiva la sua mano sulla sua spalla.
Sentiva una mano sulla spalla.

Polifemo.

Quando hai un occhio solo impari ad usarlo bene.
Enea, Aiace, Ettore, Achille: non era scappato mai nessuno.
Figurarsi uno storpio.

Edipo finì chiuso nella Stanza del Dolore, e se oggi quel posto puzza così, è anche colpa sua.
Spogliandolo Polifemo trovò la banconota, e si comprò un bel paio di scarpe nuove.
50 euro. Una fortuna.

Finisce così la storia di Edipo, che amò l'amore più che la vita.
Se non conosci bene i tuoi desideri, la tua storia finisce prima di essere raccontata.













-Nicolò Di Bernardo-

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Torna a scrivere Nico!!

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L'educazione è d'obbligo, l'allegria la benvenuta


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