Il Popi.

lunedì 4 giugno 2012





Brufo è sempre stato felice.

Si poteva capire da subito che sarebbe stata una persona speciale, sin dalla nascita: era per via di quel buffo naso rosso, quello da pagliaccio.
Una cosa congenita, giuro: era nato con quel naso di quel colore, tondo e liscio che sembrava quasi una mela matura, o magari...
“Un brufolo!”
Non sembrava proprio un brufolo a dire il vero, nessuno sano di mente l'avrebbe mai pensato, ma suo padre continuava a ripeterlo ansimando e fissandolo, e questo perché lui non era sano di mente, non lo era proprio.
Ma se ne sono accorti troppo tardi, e tra vagiti di neonato, mamme morte di parto e tifosi che festeggiavano per strada la vittoria dello scudetto, c'era una tale confusione che nessuno si chiese se “Brufolo” fosse davvero il nome adatto per un bambino del ventunesimo secolo.

Così si chiamò Brufolo, e a lui piaceva: un nome buffo per un bambino buffo.
Era buffo davvero, oltre che per il naso, ed era simpatico a tutti.
Abbiamo fatto le elementari assieme, l'ho conosciuto così: gli altri bambini gli tiravano il naso, lo strizzavano e lui con la bocca strombettava 'popipopi' come fanno i clown veri, e ridevamo tutti, anche la maestra, che però spiegava “non ridiamo di te, ridiamo con te”. La nostra classe era molto invidiata, perché noi avevamo Brufolo, il bambino col naso, che poi non era del tutto esatto dato che tutti i bambini hanno un naso: il punto è che il suo era rosso, tondo e liscio, come una mela o sì, anche come un brufolo.
Vorrei descriverlo, non sono mai stato molto bravo con le parole, comunque ci provo: era piuttosto basso per la sua età e aveva i capelli piuttosto lunghi per essere un maschio, e castani, e vestiva un po' come tutti i bambini ma più colorato, aveva sempre dei bellissimi foulard variopinti; in ogni caso i dettagli del suo viso o del suo vestire erano abbastanza trascurabili, come si può capire.
Ho un suo ritratto che ho fatto al liceo, certo non sono molto bravo neanche a disegnare, ma sempre meglio che le parole.

Anche diversi anni dopo Brufo era un ragazzo di poche parole, non gli servivano: si può dire che dalla sua bocca uscissero più popipopi che altro, però riusciva ad essere di compagnia lo stesso, doveva essere una cosa innata. Non so come facesse ad essere sempre di buon umore: chiunque avrebbe sofferto la morte di una mamma, o la pazzia di un babbo o le botte di zio Fabio, però lui ci riusciva, era nato così.
Gli bastava aprire bocca per far ridere tutti.
Era lo spirito del divertimento, quasi una celebrità: lo chiamavano alle feste anche di gente sconosciuta, e gli chiedevano sempre “dai Brufo, fai il popi!”, e scoppiavano tutti a ridere.
Ridevano con lui, è chiaro.
Dove andava portava risate e sorrisi, e per questo era ben voluto da tutti e ovunque, tranne che in chiesa: in chiesa si sa bisogna restare seri, e questo non era un problema per Brufo ma piuttosto per gli altri, perché li distraeva. Per questo non metteva mai piede in chiesa, e per questo non andò neanche al funerale dello zio Fabio. Avrebbe portato troppo buon umore.

Certo con le ragazze non era un asso, ma non si affliggeva più di tanto.
Una volta diceva di essersi innamorato; certo era una cottarella da adolescenti, ma si sa che tutte le prime volte sembrano più grandi di quanto non siano, come quando hai la cacca dura e inizi a spingere. Ti devi soltanto abituare.

Si chiamava Elisa, aveva 16 anni come noi ed era molto bella.
Brufo mi chiedeva sempre consigli, dato che ero il suo migliore amico e sono sempre stato più romantico di lui: così ero un po' come Cyrano senza nasone, e lui come Cristiano, ma un po' più brutto.
“Le donne devi farle ridere” spiegavo “e tu sei già a buon punto!”.
Era vero. Anche Elisa rideva spesso, come tutti, e l'avrebbe potuta conquistare tranquillamente se non si fosse ostinato a volerle comprare fiori, scrivere bigliettini con piccole poesie: non era su quello che doveva contare, non era certo quello il modo di conquistare una ragazza!
Ma Brufo si sentiva innamorato come nei libri, e insisteva per portarle dei fiori -le poesie no, quelle gliele ho vietate-, così alla fine gli ho detto “vai, puoi farcela, buttati!”, che alla fine aveva bisogno soltanto di un po' di sostegno.

Quel giorno, era proprio un giorno da Brufo: in paese si festeggiava il carnevale, e la piazza del paese era piena di colori, coriandoli, mangiafuoco sui trampoli e piccoli bambini travestiti che si rincorrevano a destra e a sinistra picchiando forte gli adulti che gli erano da ostacolo. C'era tanta confusione quanto divertimento, e Elisa era lì, a guardare i giocolieri. Non si sentiva niente.
Non so come sia andata precisamente la cosa, e quel che ricordo sono scene mute.
So che l'ho visto avvicinarsi lentamente, col mazzo di fiori gialli dietro la schiena. Camminava a zigzag tra la folla, facendo quasi finta di non avere un obiettivo ben preciso.
Poi si è fermato davanti a lei, le ha detto qualcosa, lei ha riso, lui le ha puntato contro i fiori, lei ha riso ancora e si è ritratta, chiamando le amiche. E gli ha strizzato il naso, poveretto.
Non lo so se ha fatto il popi o no, ma comunque non è bastato.
Ha fatto cadere per terra i fiori, è tornato da me e ha detto “Credeva che volessi spruzzarle dell'acqua. Gli piace un altro”.
Sembrava triste, ma l'amore è una cosa passeggera e lui era una persona speciale: per questo non se l'è presa, e quando io ed Elisa ci siamo sposati, è stato anche molto contento di farci da testimone!
Siamo sposati da 14 anni io e lei, e capisco cosa ci trovasse lui, anche se non poteva certo immaginare fosse una così gran rompiballe. L'ho detto che l'amore funziona così.
Comunque come ho già detto non se l'è presa affatto, tanto che già un'oretta dopo, grazie ai giocolieri e ai pagliacci, era tornato di buon umore: erano così divertenti! E' bastato poco perché tornasse a ridere, e ridere, e rideva così tanto che gli uscivano le lacrime dagli occhi.

Anche nei momenti seri, quando si trovava poco da ridere, Brufo riusciva a risollevare il morale di tutti.
Ricordo ancora alla cena di fine anno scolastico, dopo la maturità. Era un momento un po' malinconico, come è malinconico ogni addio.
Lui si alzò e cominciò: “Oggi sono triste...”, ma dopo pochi minuti, con qualche metafora bislacca delle sue, ecco che tutti si mettevano a ridere!
Abbiamo brindato alla sua e alla nostra tutta la notte, cantato fino allo sfinimento, vomitato nell'erba come i quattordicenni di un tempo.
Ecco, è in quel momento che ho visto Brufo piangere per la prima volta. Non ricordo bene, l'ho detto che ero ubriaco.
L'ho trovato seduto a un albero, andando a pisciare, gli ho chiesto che facesse, perché era rimasto lì, se per caso voleva una mano a vomitare.
“Non lo vedi” ha risposto “non lo vedi che la più grande condanna di un clown è il suo stesso naso?”
Gli ho chiesto se si riferiva al suo naso, gli ho detto che era uno sbaglio, gli ho detto “nessuno ti vuole male”.
“E chi mi vuole bene?”
Poi ha vomitato credo, o forse ho vomitato io, non ricordo di preciso, ma c'era del vomito la mattina dopo sotto quell'albero, c'era una conversazione finita e c'era il Brufo simpatico e sereno di sempre.

Sto raccontando i momenti un po' più grigi, ma non bisogna dimenticare mai che si trattava sempre di eccezioni, di peli nell'uovo, macchie sul grembiule -insomma, non so non sono bravo con le metafore, le metafore le faceva lui.
Era sempre stato felice e sempre tra la gente, prima della malattia.
E' dalla malattia che è scomparso.

Quel curioso naso rosso che i medici non riuscivano a spiegarsi, alla fine ha trovato il suo posto nei manuali di medicina, e vien da ridere che buffo com'era abbia trovato un posto così banale, che si sia andato a mettere proprio sotto la T di “Tumore”.
Un tumore grosso e ben radicato nel cervello, che lo distruggeva lentamente da dentro e ingannava tutti da fuori, con quel particolare rossore clownesco; ingannava tutti da tempo.

I primi giorni, sembrava che l'avesse presa male.
Lo chiamavo al telefono e non rispondeva, o rispondeva e riagganciava subito; se lo cercavo a casa, citofonavo a vuoto. Nessuno riusciva a trovarlo.

Poi però mi ha spiegato che in quei giorni era spesso all'ospedale per i controlli, per la chemio, e per questo motivo non rispondeva mai al citofono e neanche al telefono, anche se qualche volta la donna delle pulizie magari poteva aver tirato su la cornetta, sovrappensiero. Anche se non parlava italiano, certo.
Io non credevo avesse una domestica e mi ero insospettito, ma tutto quadrava, era quello il nostro Brufo!
Uno in gamba come lui, neanche un tumore lo fregava.

Certo non è uscito più con me lo stesso, non ce la faceva mai, motivi di debolezza, però ogni tanto stavamo al telefono, quando trovavo tempo, quando non avevo da lavorare.
Era tornato di buon umore, come sempre.
E che risate ci facevamo!

Per questo non mi spiego come possa essersi ucciso. Non riesco ancora a spiegarmelo; una persona come lui non si uccide.
Credo che abbia voluto scegliersi la morte, morire per sua scelta senza lasciarsi afferrare dal tumore, senza lasciarsi prendere dal naso. O prendere per il naso!
Questa era buona.

Aveva quel viziaccio di restare irreperibile alle volte, così nessuno si è insospettito quando ha smesso di rispondere al telefono, almeno io no.
L'hanno trovato dopo tre giorni, impiccato ad una trave del soffitto con un bellissimo foulard rosso, giallo e verde, la camera da letto addobbata a festa e un biglietto firmato con su scritto "Popi".

Al suo funerale c'eravamo tutti ma sembravamo pochi, perché la chiesa era grande -ci è entrato alla fine, in chiesa.
Il prete ha recitato qualche passo dalla Bibbia, poi mi è stato chiesto di dire qualcosa dato che ero il suo migliore amico, ma ho detto di no: non mi ero scritto niente e non sono mai stato bravo con le parole, avrei fatto una figuraccia di sicuro. Così per allungare i tempi il prete ha pronunciato qualche altro discorso in latino con quella sua erre moscia che quando parlava di Iesus Cvistos Sotev e del Patev Nostev faceva ridere i polli, e ha concluso con un Amen corale.

Poi ci siamo avvicinati alla bara scoperta per salutare la salma. Non dimenticherò mai il suo volto!
Era pallido come sono pallidi i morti, e in aggiunta velato da una bianca spolverata del trucco delle pompe funebri che pareva cerone; il naso era evidentemente risultato impossibile da sbiancare ed era quindi stato lasciato del suo rosso intenso. A coprire la testa calva, un'enorme tuba nera.
Una tuba nera!

Vederlo così conciato fece fare a tutti i presenti una grassa risata, una grassissima risata liberatoria che riecheggiò a lungo tra le mura della chiesa, così forte che sembravamo tantissimi. E' riuscito a renderci allegri anche da morto.
Elisa ha allungato le mani nella bara e ha fatto il popi che le piaceva tanto, anche se stavolta la voce ce l'ha messa lei.
Abbiamo riso tutti e ho riso anche io, non mi vergogno certo a dirlo, ho riso con lui.
Abbiamo fatto il popi tutta la sera, finché non hanno chiesto di portare via la salma per la sepoltura. Che risate!
Sono sicuro che lui avrebbe voluto così.
















-Nicolò Di Bernardo-

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L'educazione è d'obbligo, l'allegria la benvenuta


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